I LUOGHI
A chi mi domanda perché l’Africa mi abbia catturato in tal modo, non so mai rispondere. Risposte non ce ne sono, e contemporaneamente ce ne sono troppe. Coloro che sono stati in Africa, comunque, non mi pongono mai questa domanda. Non si può descrivere la cascata di emozioni che, attraverso ogni senso l’Africa suscita in noi: odori, luci, suoni; terra, acqua, sole, vita che pulsa.
Ho viaggiato personalmente attraverso ogni luogo che apparirà qui di seguito, e l’ho conosciuto a fondo, così da poter trasmetterne la magia a coloro che viaggiano con me. Dal Botswana allo Zimbabwe al Mozambico, ogni luogo è diverso ed è diverso ogni volta che lo si raggiunge.
Nota:
Tutti testi seguenti sono tratti dalle guide di Gianni Bauce Botswana, Zimbabwe e Mozambico, edite da Polaris (www.polaris-ed.com)
BOTSWANA
Il Kalahari: nella terra
della sete
La più grande distesa continua di sabbia del nostro pianeta si trova nell’Africa meridionale.
Si estende dal fiume Orange (in Sud Africa, circa 30° a sud dell’equatore) fino ai margini meridionali delle foreste del Congo, 2500 km più a nord, e dagli altopiani orientali dello Zimbabwe, fino all’Oceano Atlantico. Il suo nome è Kalahari.
Il Kalahari (dal termine di lingua Khoi, kgalagadi, che significa “terra della sete”) non è un deserto arido di dune, come il Sahara, ma, piuttosto, una vasta area semidesertica, in cui sono presenti molte specie viventi. La vegetazione consiste principalmente di arbusti, distese erbose e boscaglie di acacie e Terminalia. Nelle aree marginali sono diffuse le boscaglie di Mopane e, lungo i fiumi, non mancano i margini fluviali rigogliosi, con alberi ad alto fusto.
L’origine del Kalahari è antichissima, e risale a circa 100 milioni di anni fa, quando in seguito alla rottura del Gondwana, il supercontinente primordiale, il frammento che sarebbe divenuto l’Africa iniziò un lento sollevamento. Questo fenomeno generò tre immense depressioni circondate dalle terre sollevate: quella del Chad, nel nord del continente; quella del Congo, nell’Africa centrale; e quella del Kalahari nell’Africa australe.
Con il trascorrere dei millenni, questo territorio subì varie modificazioni, ma restò sempre e comunque un grande bacino naturale. Durante la glaciazione avvenuta 5 milioni di anni or sono, nelperiodo Cretaceo, vennero a crearsi condizioni climatiche di forte siccità, in quanto il congelamento assorbì buona parte dell’umidità atmosferica. 2 milioni di anni più tardi, venti fortissimi e duraturi formarono un complesso di dune in direzione est-ovest, che, durante le epoche successive, caratterizzate da un ritorno dell’umidità e delle piogge, incanalarono l’acqua creando tracciati orografici diretti verso il bacino del Makgadikgadi, nell’estremo nord della depressione del Kalahari. I fiumi “fossili” che si vedono ancor oggi nel Kalahari Centrale, come l’Okwa, sono una testimonianza di quel periodo di abbondanza idrica.
Una grande quantità dell’acqua incanalata verso il bacino dal sistema di dune giganti, subiva però una deviazione, imboccando vie orografiche dirette verso l’Oceano Indiano. Quando, 2 milioni di anni fa, assestamenti della crosta terrestre modificarono il profilo delle terre emerse, si generò un’enorme faglia, che dagli altipiani centrali dello Zimbabwe corre, ancor oggi, fin lungo il bordo orientale del Kalahari. Questa faglia (detta appunto Kalahari-Zimbabwe), ostruì parzialmente il corso dei grandi fiumi trans-continentali, le cui acque si riversarono nel bacino del Makgadikgadi, formando uno dei più grandi laghi mai esistiti in Africa.
Ma la formazione di nuove vie orografiche, l’innalzamento del fondale del bacino per effetto della sedimentazione e il ritorno di climi aridi, che favorirono l’evaporazione, portarono il lago Makgadikgadi al prosciugamento e tutta l’area del Kalahari ad un lento ma inesorabile inaridimento.
Le saline e
il Botswana orientale
Alcuni, entrando nella grande salina, vengono assaliti da una smania sfrenata di correre nell’immensa distesa di sale senza confini, colti all’improvviso da un euforico senso di libertà. Altri cadono in un’angosciosa sensazione di smarrimento: il piede si solleva dall’acceleratore e lo sguardo corre indietro, verso l’ultima macchia d’erba alle proprie spalle, come un marinaio che volge un ultimo sguardo alla terra prima d’affrontare il mare aperto.
Nessuno, comunque, rimane indifferente di fronte alla grande salina.
Il bacino del Makgadikgadi Pan è una depressione che si estende per circa 12 000 km2 nel Botswana nord-orientale, un centinaio di chilometri a nord-est della Central Kalahari Game Reserve. Bacino ormai asciutto di un antico lago salato (che si presume avesse un’estensione di circa 60.000 – 80.000 km2), prosciugatosi circa 10.000 anni fa, Makgadikgadi Pan è oggi, durante la stagione secca, il deserto di sale più grande del mondo. Ma, durante la stagione delle piogge, si trasforma in un acquitrino salmastro che attira numerose specie di uccelli, quali fenicotteri (Phoenicopterus minor, Phoenicopterus ruber), pellicani (Pelecanus rufescens, Pelecanus onocrotalus), oche e anatre.
L’origine del Makgadikgadi è antica quanto quella del Kalahari, del quale costituisce parte. Durante la glaciazione avvenuta 5 milioni di anni orsono, e la conseguente forte siccità, l’area del Makgadikgadi subì il primo inaridimento della sua lunga storia (v. capitolo “Kalahari”). Nelle epoche successive (2 milioni di anni più tardi), grazie alla formazione di dune trasversali in direzione est-ovest, e da un ritorno delle piogge, il bacino del Makgadikgadi si riempì progressivamente d’acqua. Buona parte di quest’acqua, incanalata dal complesso di dune, veniva però drenata verso l’Oceano Indiano da grandi fiumi transcontinentali. Questo perdurò fino a quando, 2 milioni di anni fa, un’enorme faglia (faglia Kalahari-Zimbabwe), generata da assestamenti della crosta terrestre, ostruì parzialmente il corso dei fiumi diretti a oriente, le cui acque si riversarono nel bacino del Makgadikgadi, formando uno dei più grandi laghi mai esistiti in Africa.
Quando il lago raggiunse la massima capacità, si crearono nuove vie orografiche di drenaggio verso l’oceano. L’unico fiume che continuò ad alimentare il bacino fu l’Okavango, che però, paradossalmente, contribuì all’inaridimento del lago. L’enorme apporto di detriti operato dal fiume, infatti, determinò un sollevamento del fondale del lago. La formazione di questi nuovi fiumi che sottrassero acqua al bacino e l’innalzamento del fondale, in concomitanza con un ritorno di climi aridi che favorirono l’evaporazione, portarono il lago Makgadikgadi al prosciugamento.
Nell’area si distinguono due principali distese di sale (saline o salt pans): Sua Pan (o Sowa Pan) e Ntwetwe Pan. Attorno a queste saline sorgono parecchi villaggi, quali Nata, Gweta, Zoroga, Mmatshumo, Mosu, Talamabele, molti dei quali hanno origini antichissime, che si perdono nell’età della pietra! Questa densità di popolazione sta ad indicare come il bacino del Makgadikgadi sia sempre stato una risorsa per l’uomo ed il proprio bestiame. Nell’antichità, in Sua Pan (sua, in lingua san, significa sale), i boscimani san estraevano il sale, commercializzandolo con i Kalanga insediati nell’attuale area di Francistown.
Durante le piogge, da novembre a maggio, quasi tutta l’area è inaccessibile. A stagione secca inoltrata, da luglio a settembre, anche le saline sono percorribili, in quanto lo strato superficiale di sale misto a fango essicca, creando una crosta dura che può reggere il peso di un automezzo.
Kubu Island:
Quando si giunge da sud, Kubu Island appare come una vera isola di granito, che si eleva dal mare candido di sale, sul lato occidentale di Sua Pan. Gli enormi massi levigati si stagliano sull’orizzonte piatto, come i bastioni di un’isola tropicale sulla piatta distesa dell’oceano. Al posto delle palme, grotteschi baobab si innalzano con i loro rami contorti, dipingendo un paesaggio affascinante e inquietante allo stesso momento.
Il versante dell’isola che volge a levante, è forse il più pittoresco, dove le rocce granitiche formano complessi scultorei e i baobab, dalle dimensioni eccezionali, montano la guardia come grottesche sentinelle. Quando la luce dell’alba accarezza di freddi colori la roccia, l’isola s’ammanta d’incanto.
Il Delta
dell’Okavango
Il vasto territorio del Botswana è quasi completamente avvolto dall’abbraccio delle sabbie del Kalahari, sulle quali una pianura semiarida mista a savana costituisce l’ambiente predominante. L’orografia è misera e le precipitazioni sono avare.
Ma nell’angolo nord-occidentale del paese, un miracolo ambientale si compie, e la natura ci stupisce ancora una volta. L’Africa, che non conosce compromessi, offre proprio qui, nel cuore del Kalahari, una delle poche “terre umide” rimaste sul pianeta: un bioma unico e di incommensurabile valore. Il miracolo si compie per mezzo di un fiume: l’Okavango.
L’Okavango nasce nell’Angola, sull’altopiano del Benguela, e scende verso sud-est per 450 km, con il nome di Cubango o Chiwutu. Invece di piegare ad ovest, verso l’Oceano Atlantico, il Cubango persevera lungo la sua rotta, fino al confine settentrionale della Namibia, dove, addirittura, inizia a scorrere verso oriente per altri 400 km, prendendo il nome di Kavango. Al suo ingresso nella striscia del Caprivi, il fiume piega nuovamente verso sud-est ed entra in Botswana con il nome di Okavango.
Qui il fiume imbocca un canale naturale, lungo un centinaio di chilometri, detto Panhandle.
Nel Panhandle, le acque sono profonde e scorrono veloci; le rive sono gremite di papiri e canne, e una moltitudine di pesci affolla il fiume.
All’uscita dal canale naturale, l’Okavango si perde tra le sabbie del Kalahari, aprendosi in un delta che può ricoprire, durante i periodi di piena, una superficie di circa 15 000 km2.
Nel Delta, la pianura alluvionale si trasforma in un labirinto di canali, paludi e isolotti, dove l’acqua è poco profonda e la corrente così debole da non raccogliere quasi detriti. Questo fenomeno rende l’acqua del Delta straordinariamente limpida e pura, tanto da poterla bere.
La zona più interna del Delta è un ambiente di acque perenni, ma spostandosi verso l’esterno, si incontrano una miriade di isole e isolotti, la cui estensione va da pochi metri quadrati a decine di chilometri quadrati. La vegetazione cresce rigogliosa: alte palme Mokolwane, distese di acacie variegate, alberi delle salsicce (Kigelia africana) dagli splendidi fiori purpurei e centinaia di altre specie. Isole galleggianti di ninfee, muraglie di papiri (Cyperus papyrus), ampie distese erbose e boschi lussureggianti creano un habitat ideale per una quantità incredibile di animali. Più di 500 specie di uccelli popolano il Delta, e quasi tutti i più grandi mammiferi Africani si trovano in questo paradiso. Branchi di elefanti e mandrie di bufali solcano gli acquitrini erbosi; i Lichi, le sinuose antilopi delle paludi, sembrano volare sull’acqua quando corrono tra i canali del Delta. Ippopotami e coccodrilli popolano le acque placide e dietro a mandrie di zebre e branchi di impala, si muovono i leoni, i licaoni, le iene e il leopardo.
Il territorio del Delta è mutevole e varia in continuazione a seconda delle piene. Quando le piogge di novembre ingrossano i fiumi dell’Angola, l’Okavango, che raccoglie le acque di decine d’affluenti, riversa nel Delta un’abbondante quantità d’acqua e le paludi, a marzo-aprile, durante il periodo di massima piena, raggiungono quasi le porte di Maun.
Mokoro: scivolando tra i canali del Delta
L’ambiente paludoso caratteristico del Delta dell’Okavango, costituisce un serio ostacolo per gli spostamenti umani. Soltanto la zona orientale, occupata dalla riserva di Moremi, è percorsa da piste, mentre il Delta centrale è accessibile soltanto per via aerea.
Ma se i mezzi di terra incontrano insormontabili ostacoli, la bassa profondità dei canali e le loro esigue dimensioni, creano difficoltà anche alla navigazione.
E’ per questo che, ancor oggi, la navigazione del Delta è esclusivo appannaggio di un’imbarcazione singolare quanto geniale: il mokoro.
Il mokoro è una canoa monolitica, a basso pescaggio, ricavata da un tronco d’albero. Il tronco viene scavato, fino a ricavarne un vano interno, poco profondo, e lungo quanto l’intera imbarcazione. Infine vengono modellate la poppa e la prua, con la tipica forma rastremata, per fendere l’acqua.
Il basso pescaggio, consente a questa particolare canoa di percorrere le acque poco profonde dei piccoli canali e di “scivolare” letteralmente sulle isole galleggianti di ninfee che li costellano. La propulsione è generata mediante una pertica, azionata da un barcaiolo (comunemente chiamato pola, dal termine inglese pole = asta) collocato a poppa, che, invece di remare, spinge l’imbarcazione puntando la pertica sul fondale.
L’imbarcazione è adatta tanto al trasporto di persone (può trasportare fino ad un paio di passeggeri, più il barcaiolo), quanto al trasporto di merci. All’interno della canoa, uno spesso strato di erba verde, rende più comodo il viaggio dell’eventuale passeggero, e mantiene le merci trasportate all’asciutto, isolandole dall’acqua che accidentalmente si raccoglie sul fondo.
L’imbarcazione ha probabilmente avuto origine tra la popolazione degli Yei, che si insediarono lungo le acque basse del Delta alla fine del XVIII secolo. Anche nel Panhandle, presso le comunità Hambukushu, si utilizza una sorta di mokoro, ma la pertica è sostituita dal remo, a causa della maggiore profondità delle acque in questa zona.
Percorrere il Delta a bordo del mokoro è una sensazione unica. Coloro che provengono dalle zone aride del sud, resteranno inebriati da tanta abbondanza d’acqua, tra muraglie di papiro che si inchinano, quasi a voler sfiorare le imbarcazioni. Il silenzio della natura rigogliosa è rotto soltanto dai tuffi della pertica nell’acqua. Il passeggero si trova praticamente al livello della superficie, così che pare di nuotare lungo i canali, piuttosto che di navigarli. La maneggevolezza dell’imbarcazione e l’abilità dei pola sono mirabili, e consentono spostamenti agili in un ambiente comunque difficile.
All’interno del fitto reticolo di canali, l’avvistamento degli animali è molto difficile. Gli uccelli sono numerosi e visibili, ma osservare grandi mammiferi è un evento eccezionale. L’esperienza del mokoro, quindi, non deve essere intesa come una forma alternativa di safari, bensì come un’esplorazione e un’esperienza nel Delta (i locali usano proprio il termine Delta experience, per definire questo genere di escursione), durante la quale si potrà percepire a fondo la vera natura di questo incredibile bioma. Osservare il Delta dell’Okavango dall’alto è emozionante e importante per comprenderne l’aspetto. Ma navigarlo, scivolando tra i suoi mille canali, sarà come percorrerne le vene, vivendolo essendone parte.
Moremi Game Reserve: un paradiso faunistico
La riserva di Moremi, è una delle più popolari e frequentate del Botswana. Creata nel 1963 per proteggere l’incredibile patrimonio faunistico del Delta dalla caccia indiscriminata, la riserva porta il nome del capo BaTawana, Moremi III.
Con i suoi 4871 km2 di superficie, ricopre circa il 30% del territorio del Delta dell’Okavango, nel quale costituisce l’unica area destinata alla tutela della fauna e dell’ecosistema.
Collocata nella zona nord-orientale, la riserva di Moremi presenta il tipico ambiente del Delta, con un territorio che alterna paludi sconfinate, attraversate da canali di acqua dolce, a isole di savana mista a distese erbose. Circa l’80% del territorio è però coperto da foresta di mopane (Colophospermum mopane).
Nella zona centrale del Moremi, nel cuore del Delta, si trova la più grande di queste “isole”, Chief Island, raggiungibile soltanto con le imbarcazioni.
Sul margine orientale, invece, si trova la Moremi Tongue, percorribile in fuoristrada, e per questo più frequentata.
Lungo il margine settentrionale della riserva, il confine è parzialmente marcato da un fiume con acque limpide, calme e perenni: il Khwai. Più ad ovest, invece, si apre una delle più suggestive aree paludose dell’Africa, la palude di Xakanaxa Lediba (lediba, in SeTswana, significa, appunto, palude).
Il Chobe
Il Parco Nazionale di Chobe, con i suoi 10.698 km2 di superficie, è il terzo più grande parco del Botswana e, probabilmente, il più vario e più ricco di fauna. L’area che si affaccia sul fiume, per citare un esempio, vanta la più numerosa popolazione di elefanti dell’intero paese.
Questo parco è relativamente giovane. Nel passato, nonostante la straordinaria abbondanza di fauna del territorio, soltanto pochi cacciatori si avventuravano in questa regione remota. Negli anni ’20, però, i cacciatori divennero più numerosi, e la zona iniziò a suscitare l’interesse dei commercianti di legname.
Così, gli alberi iniziarono a cadere sotto i colpi delle scuri, e gli elefanti sotto i colpi dei fucili.
Nel 1930, il governatore dell’allora Bechuanaland, il Colonnello Charles Rey, ritenne che l’unico rimedio per arginare lo sfruttamento indiscriminato di quest’area, fosse la creazione di una riserva protetta, ma il suo progetto venne attuato soltanto trent’anni più tardi, nel 1961.
Il Chobe National Park prende il nome dal fiume Chobe, che segna il confine settentrionale del parco, nonché parte del confine di stato.
Il Chobe nasce in Angola, con il nome di Cuando, e scende verso sud-est, marcando per un lungo tratto il confine tra Angola e Zambia. Dopo aver attraversato l’estremità orientale della Caprivi Strip, in Namibia, con il nome di Kwando, il fiume entra nel territorio del Botswana.
Qui, il fiume assume il nome di Linyanti e incontra una estesa faglia tettonica che ne ostruisce improvvisamente il corso. Il Linyanti è costretto a piegare bruscamente verso nord-est, creando un’ansa estesa, all’interno della quale le acque del fiume formano una vasta palude alluvionale, denominata Linyanti Swamp. In territorio namibiano, questo ecosistema è protetto dai Parchi Nazionali di Modumo e Mamili, mentre in Botswana, soltanto 7 km di margine fluviale si trovano all’interno dei confini del Chobe N. P. Tuttavia, la distanza e la difficoltà d’accesso a questa zona sostituiscono efficacemente il Dipartimento dei Parchi nella salvaguardia dell’ambiente.
Dall’estremità meridionale dell’ansa, un canale naturale di drenaggio, denominato Magweggana (o Selinda), collega il fiume al Delta dell’Okavango. Un effetto ottico, ha alimentato la credenza (fasulla), che le acque del Magweggana possano scorrere in entrambi i versi.
50 km più a nord-est delle paludi di Linyanti, il fiume crea un’altra vasta area alluvionale, che per la sua somiglianza con il Delta dell’Okavango, viene comunemente chiamata Delta del Chobe. Al suo interno, in territorio namibiano, si trova il lago Liambesi. Da qui a Ngoma Bridge, il fiume assume il nome di Itenge e soltanto da Ngoma Bridge fino alla confluenza con lo Zambesi il fiume diviene Chobe.
Il Chobe National Park si estende, da sud a nord, dalla depressione di Mababe fino al fiume Chobe e, da ovest ad est, dalla Linyanti Swamp fin quasi al confine con lo Zimbabwe, dal quale è separato dalla Foresta di Kasane.
Lungo il corso del Linyanti, da Gcoha Hill fino a Ngoma Bridge, un’estesa fetta di territorio è occupata dalla Chobe Forest Reserve, il cui territorio si trova al di fuori dei confini del parco.
La vasta estensione del territorio del Chobe National Park, presenta ambienti fortemente contrastanti.
A sud, si trova un territorio caratterizzato da savane aride di Mopane (Colophospermum mopane) e acacie, situato in una vasta depressione del terreno semidesertico. Testimonianza dell’antico ed enorme lago che occupava il Botswana centrale, questa depressione assume il nome di Mababe depression, e lungo i suoi margini occidentale e settentrionale, è ancora visibile il crinale sabbioso che un tempo costituiva la sponda del lago. Questa dorsale, denominata Magwikhwe Sand Ridge, si estende per circa 60 km verso nord, per piegare poi, nei pressi di Gcoha Hill, in un anfiteatro, la cui estremità orientale raggiunge il complesso di pozze attorno a Zweizwe Pan, 30 km più ad est. L’unica interruzione del sand ridge si trova appena prima dell’anfiteatro, nella piana occupata dal Savute Channel, a testimonianza del fatto che, un tempo, questo canale collegava il lago al fiume Chobe.
Lungo la dorsale sabbiosa di Magwikhwe, si notano numerosi kopje, colline rocciose che si elevano improvvisamente dalla piatta pianura. L’origine di questi kopje risale a milioni di anni fa, quando improvvise eruzioni vulcaniche di brevissima durata formarono “panettoni” di roccia estrusiva, ricca di silicio, che si solidificarono rapidamente. Alcuni milioni di anni fa, durante le epoche che videro la massima capacità dell’enorme lago del Botswana centrale, questi kopje apparivano come isole rocciose in prossimità della costa.
Data l’enorme estensione del lago, paragonabile ad un grande mare interno, in prossimità delle sponde, è presumibile che si formasse un violento moto ondoso. Le pareti verticali e levigate che i kopje mostrano sul loro versante orientale sono attribuibili all’erosione provocata da queste gigantesche e incessanti onde. Gli antichi boscimani, abitanti di questa zona, non resistettero all’attrazione esercitata da queste pareti piatte, cosicché, molte di esse portano ancora oggi la testimonianza delle loro pitture rupestri.
La zona più profonda della Mababe Depression è occupata dalle Savute Marshes ('marcite'), l’unica parte della depressione che è rimasta parzialmente inondata fino a tempi recenti, e gli alberi morti per cause alluvionali che si trovano nelle Marshes, ne sono una testimonianza.
Il bacino delle Savute Marshes è alimentato principalmente dal fiume Ngwezumba, che dall’area di Nogatsaa scende verso sud-ovest, e dal Savute Channel, che collega la depressione al Linyanti.
Il Savute Channel è un “fiume” capriccioso ed evanescente, famoso per l’alternanza di lunghi periodi di siccità a periodi di attività, secondo schemi assolutamente indipendenti dalle stagioni e dall’abbondanza delle piogge.
Definire il Savute un fiume è attualmente un po’ azzardato, in quanto questo corso è completamente asciutto sin dal 1982. Tuttavia, la sua storia, antica e recente, registra periodi di abbondante flusso d’acqua, si da farne uno dei maggiori affluenti delle Savute Marshes.
Il primo periodo di secca del Savute, registrato dall’uomo, risale al lontano 1888 e durò per quasi 70 anni!
Durante questo lungo periodo, una colonia di Acacia erioloba crebbe nel letto asciutto del fiume, testimoniandone la prolungata siccità. Oggi, tutte queste acacie sono morte, e molte di esse sono crollate. I tronchi degli alberi morti, che rappresentano una caratteristica saliente di questo luogo, costituiscono un’ulteriore prova del ritorno in attività del fiume. Il Savute, infatti, riprese a scorrere nel 1957, annegando tutte le acacie, per poi cessare nuovamente nel 1966. Ma questa fu una breve pausa, perché l’anno seguente riprese a scorrere, e così fu fino al 1979, quando tornò ad inaridirsi. Le ultime pozze d’acqua del Savute si videro nel 1982.
Il comportamento irregolare di questo fiume è probabilmente imputabile a due diversi fattori concomitanti. Il primo è la particolare pendenza del suo letto, così lieve da non raggiungere i 2 cm di dislivello per ogni chilometro di lunghezza. Il secondo, sono i continui movimenti della crosta terrestre, che, in quest’area, è soggetta ad un’intensa attività sismica (ci troviamo, infatti, nell’estrema propaggine meridionale della Rift Valley).
Lungo il Linyanti, si trova un margine fluviale rigoglioso, particolarmente ricco di alberi delle salsicce, affacciato sull’habitat paludoso delle Linyanti Swamps, mentre più ad est, nella zona di Nogatsaa, l’ambiente è caratterizzato da una monotona boscaglia di mopane, che circonda una serie di saline con pozze stagionali.
Infine, nell’area più settentrionale del parco, a ridosso del fiume, si presenta il tipico ambiente del margine fluviale, con boschi di mopane, Brachystegia e Combretum più all’interno. Qui l’acqua è perenne e la concentrazione di animali è altissima.
ZIMBABWE
La valle dello
Zambesi
Matusadona National Park
Il Matusadona N. P. ricopre una superficie di 1.407 km2, ed è il felice risultato del ricollocamento di migliaia di animali evacuati dal bacino oggi occupato dal lago Kariba.
A dieci km dalla deviazione, si incontra, sulla destra, la pista che conduce a Tashinga.
E’ un percorso di circa 80 km, su terreno accidentato e collinoso (che richiede un mezzo a quattro ruote motrici), dove la pista attraversa numerosi corsi d’acqua. Vale, tuttavia, la pena di affrontare questo viaggio perché Tashinga offre una vera full immersion nella boscaglia africana, sullo sfondo del suggestivo lago Kariba, tra elefanti, bufali, iene e leoni.
A circa metà del percorso, la pista si perde nel letto asciutto di un grande corso d’acqua, spazzata via dalle piene estive. E’ necessario attraversare il letto su un difficile terreno pietroso e ritrovare la pista che prosegue sulla sponda opposta.
A circa 70 km dalla deviazione per Tashinga, dove la pista si fa pianeggiante e sabbiosa, l’azzurro del lago Kariba spezza la calda monotonia di colori della boscaglia, apparendo, come per magia, al di là dei rami dei mopane.
La diga di Kariba
Nonostante gli avvertimenti degli sciamani BaTonka, che temevano l’ira dello Spirito del Fiume, Nyaminyamy, nel 1955 vennero avviati i lavori per quella che diverrà una delle dighe più grandi dell’Africa, seconda soltanto a quella di Abu Simbel, sul Nilo.
La diga di Kariba, che argina lo Zambesi originando l’omonimo lago artificiale, è una diga ad arco a doppia curvatura, alta 128 m e larga 617 m, che collega il versante dello Zimbabwe con quello dello Zambia.
Le sei chiuse di cui dispone, hanno una dimensione pari a circa 9x9 m, con una portata d’acqua complessiva di 9500 m3/s.
10 generatori elettrici, 6 dei quali nella sezione meridionale e 4 in quella settentrionale, forniscono 1320 MW di potenza elettrica, sufficiente a soddisfare gran parte del fabbisogno energetico di Zimbabwe e Zambia.
Chizarira National Park
E’ questa una delle aree più suggestive e selvagge dello Zimbabwe. Poco frequentata rispetto agli altri Parchi Nazionali, e forse proprio per questo, luogo di ineguagliabile bellezza. “Chijalila”, in lingua Tonka, significa “il luogo chiuso” ed effettivamente i bastioni di roccia che incombono sul viaggiatore diretto al parco, come torri di guardia, la dicono lunga sull’origine di questo nome.
La pista s’inerpica per una ventina di chilometri, tra baobab grotteschi e ficus avvinghiati alla roccia in una morsa impossibile, proprio sull’orlo dello Zambesi Escarpment.
Il Mucheni scorre un centinaio di metri più in basso, ai piedi della parete a picco sulla valle, tagliando le colline in uno stretto canalone. Spesso, si scorgono gli elefanti abbeverarsi nelle acque del fiume o, aguzzando la vista, spostarsi lungo le ripide pendici della vallata. Al crepuscolo, le grida dei babbuini risuonano inquietanti nell’anfiteatro naturale di roccia, e le iene visitano lo spiazzo con regolarità.
Il fiume Ruziruhuru, taglia la roccia del Chizarira al pari del Mucheni, formando un’altra suggestiva gola. Qui, l’ambiente è caratterizzato da una boscaglia di alberi di msasa, dove gli animali sono numerosi e un tempo era possibile incontrare il rinoceronte bianco. Oggi, purtroppo, l’esistenza di questo splendido animale, sulle colline di Chizarira, è seriamente minacciata dalla caccia di frodo, che negli ultimi ani ha ripreso vigore. Contro questo flagello, nemmeno gli austeri bastioni rocciosi, posti a guardia di questo paradiso, hanno potuto molto.
Proseguendo verso sud, il terreno scende dolcemente verso la piana del fiume Busi, e la boscaglia si trasforma nel tipico margine fluviale ombroso, che ricorda le Mana Pools.
Il fiume Busi, durante la stagione secca, è un serpente di sabbia bianca che si snoda nella foresta di mogani. Ma gli elefanti, che conoscono i segreti del fiume, sanno trovare l’acqua che ancora scorre appena sotto la sabbia, e scavano buche profonde per attingere a questo bene prezioso.
Questo è territorio di leoni, che durante la notte cacciano l’abbondante fauna costituita dai grossi erbivori, in particolare i Kudu.
Le Cascate
Vittoria
Da centocinquant’anni, ovvero dal 16 novembre del 1855, quando il missionario esploratore inglese David Livingstone scoprì le Cascate Vittoria, la sensazione che pervade colui il quale si affaccia per la prima volta sullo scenario delle Vic Falls, è probabilmente la stessa che colse gli uomini della spedizione di Livingstone lungo lo Zambesi, quando il re dei Mokololo, Sekeletu, con un seguito di cento uomini, li guidò fino a Mosioatunya, “Il fumo che tuona”, mostrando loro quello che Livingstone stesso descrisse come “un luogo creato per gli angeli”.
E’ durante la stagione umida che Mosioatunya (le Victoria Falls, come vengono oggi chiamate le cascate) mostra tutta l’imponenza della sua energia, imponenza alla quale deve il proprio nome. Da più di 10 km di distanza, infatti, il pennacchio d’acqua nebulizzata che s’innalza verso il cielo, risulta visibile al viaggiatore che si dirige verso Vic Falls, come fosse la colonna di fumo d’un incendio; e mano a mano che ci si avvicina alla cascata, si può udire il suo rombo sordo, come un tuono lontano.
Da dicembre a maggio, affacciati sull’orlo del baratro profondo cento metri, è quasi impossibile scorgerne il fondo, perennemente nascosto dal vapore. Il turbinio d’aria che l’enorme massa d’acqua crea precipitando all’interno della gola, sospinge gigantesche nubi d’acqua nebulizzata, che si rovesciano sull’area attorno alla cascata come un vero e proprio acquazzone estivo. A questi insoliti acquazzoni, che invece di provenire dal cielo, nascono dalla terra, si deve il carattere lussureggiante della vegetazione limitrofa, una vera e propria foresta pluviale in miniatura, ricca di felci, palme e ficus dai tronchi contorti, perennemente irrorata.
Ma anche durante la stagione secca, lo spettacolo delle cascate non ha eguali. Paradossalmente, nonostante la massa d’acqua sia meno impressionante, lo spettacolo della gola risulta ugualmente ricco di fascino, e mostra scorci altrimenti nascosti dalla nube d’acqua onnipresente durante la piena del fiume.
Le Cascate Vittoria si estendono su un fronte di quasi 2 km, dove il fiume Zambesi si getta, con un salto di 100 metri, nella gola originata da un’antica frattura della superficie terrestre, estrema propaggine della grande frattura geologica che prende il nome di Rift Valley. Soltanto 1000 km più a valle, lo Zambesi sfocia nell’Oceano Indiano.
Sebbene anche la sponda dello Zambia goda di splendide vedute sulle Vic Falls, è il versante dello Zimbabwe quello che offre gli scenari più suggestivi, affacciandosi direttamente su tutto il fronte delle cascate.
Le Mana Pools:
l’Eden in terra
Se avete fatto il tentativo d’immaginare l’Eden al tempo dei nostri antenati biblici, è probabile che abbiate immaginato qualcosa di molto simile alle Mana Pools.
Non vi è altro luogo, nel paese, che eguagli la bellezza di questo parco affacciato sullo Zambesi, dove una moltitudine variegata di fauna e flora ruota attorno all’ecosistema del grande fiume. Nemmeno l’UNESCO ha potuto esimersi dal dichiararlo, insieme alla adiacente Chewore Safari Area, World Heritage Site, appellativo che lo definisce quale “patrimonio mondiale”.
Il Parco Nazionale di Mana Pools, si trova nell’estremo nord del paese, lungo il corso dello Zambesi, occupando la piana del fiume che si estende dallo Zambesi Escarpement fino allo Zambia. Prende il nome dalle piscine naturali che il fiume Mana, affluente dello Zambesi, crea nell’area.
Dove l’altopiano collassa nella vasta piana dello Zambesi, la scarpata (Zambesi Escarpement) scende a picco per 900 metri, rivelando agli occhi del viaggiatore il suggestivo paesaggio pianeggiante che si estende fino allo Zambia.
Prima di imboccare la discesa, si incontra un punto panoramico che vale ben una sosta. Da questo punto si scorge anche la pista che porta alle Mana Pools, una lunga linea diritta, tracciata tra la boscaglia arida, che si perde all’orizzonte.
Alle Mana Pools, una piana ombreggiata dalle fronde dei ficus e dei sicomori, affacciata sul letto alluvionale dello Zambesi, che durante la stagione secca si trasforma in una spiaggia punteggiata da macchie d’erba e di papiri, dove bufali e ippopotami sono una presenza costante.
Da qui si può osservare il fluire maestoso dello Zambesi, dove lo sbadiglio di un ippopotamo si perde lontano, dietro il grido stridulo di un’aquila pescatrice.
Questo è il regno dell’ippopotamo (In questo tratto di fiume, è stato censito un branco ogni 33 km) e dell’elefante. Non è raro che maschi solitari di questo enorme pachiderma, dalle zanne lunghe e ricurve (la cui lunghezza è sensibilmente maggiore di quella degli elefanti del Matusadona e di Hwange), visitino il campo, anche durante il giorno: annusano con curiosità le tende, poi, con la flemma che li contraddistingue, sollevano la proboscide e, abbassando i quarti posteriori per raggiungere i rami più alti, spezzano una fronda, portando alla bocca le tenere foglie verdi.
Il Matabeleland
e lo Zimbabwe occidentale
Kazuma Pan:
Il territorio del Kazuma Pan è composto prevalentemente da savana erbosa e boscaglia di mopane, punteggiata da boschi di teak. E’ frequentato da molti elefanti. Bufali, impala, antilopi roane e oribi sono numerosissimi, e attirano predatori, come il licaone, il leone, il leopardo ed il ghepardo. Un tempo, nel Kazuma Pan era anche possibile vedere qualche esemplare di rinoceronte bianco.
Hwange National Park:
E’ il Parco Nazionale più grande dello Zimbabwe, con i suoi 14 650 km2 di superficie, e probabilmente anche il più popolato di fauna. A parte gli elefanti, numerosissimi in ogni angolo del parco (il censimento aereo del 1995 ne ha contati circa 22000!), si possono osservare più di 105 specie di animali tipiche dell’Africa meridionale, dalle più comuni, quali il leone (Pantera leo), la iena maculata (Crocuta crocuta) e il bufalo cafro (Syncerus caffer), alle più rare, quali nove delle dieci specie di mammiferi protette in Zimbabwe: il licaone (Lycaon pictus), il pangolino (Manis temminckii), il rinoceronte nero e quello bianco, la iena bruna (Hyaena brunnea), il protele (Proteles cristatus), il ghepardo (Acynonix jubatus), l’antilope roana (Hippotragus equinus) e l’orice (Orix gazella), tra le quali, orice e iena bruna, vivono, in Zimbabwe, esclusivamente nel territorio di Hwange.
Già nel 1873, Frederick Courtney Selous, cacciava in quella che oggi è la zona orientale del parco, mentre l’ufficializzazione di Hwange a Parco Nazionale, avvenne nel 1929, quando nell’area più meridionale, a ridosso del confine col Botswana, viveva ancora una comunità di Boscimani San, e Ted Davison divenne il primo ranger del Wankie National Park.
Il nome Wankie, come per l’omonima cittadina, era la traslitterazione inglese del nome di un capo tribù locale: Hwange. Alla fine degli anni ’80, quando il processo di “re-africanizzazione” dello Zimbabwe (ex Rhodesia) interessò anche i nomi delle località geografiche, Wankie mutò in Hwange.
Il territorio del parco è costituito in gran parte da sedimenti sabbiosi del Kalahari, risalenti a circa 20000 anni fa, sui quali cresce una vegetazione prevalentemente composta da Zambesi teak (Baikiaea plurijuga) e terminalia (Terminalia brachystemma e Terminalia sericea), punteggiata da boscaglia di acacie, msasa (Brachystegia spiciformis) e mfuti (Brachystegia boehmii). Aree aperte ed erbose si alternano a macchia di leopardo in tutta la zona centro-meridionale, consentendo un ottimo avvistamento degli animali. La punta più meridionale del parco, attorno al fiume Dzivanini, e l’estremità settentrionale, nelle aree di Robins e Sinamatella, una fitta boscaglia di mopane ricopre il suolo basaltico, ricco di kopje, risalente al periodo giurassico (circa 200 milioni di anni fa). La boscaglia di mopane si estende anche lungo tutto il letto del fiume Lukosi e la collina di Sinamatella, terreni prevalentemente a base di argilla e arenaria, più antichi delle colate basaltiche (era terziaria, 300-400 milioni di anni fa). Infine, una decina di baobab crescono solitari nell’area di Josivanini, nella parte meridionale del parco.
Le colline magiche
del Matobo
Il viaggiatore che percorre i sentieri delle colline di granito del Matobo, non potrà non condividere la sensazione espressa da Sir Robert Tredgold, in cui la meraviglia per l’opera selvaggia e maestosa della natura, lo smarrimento al cospetto di tante e tali testimonianze storiche (dall’alba dell’uomo alla contemporaneità) di cui questo luogo sembra pregno, e il timore mistico tipico dei luoghi di culto, si fondono, catalizzati dal vento, che sempre spazza le cime arrotondate dei kopje, lasciandoci in muta contemplazione.
Le colline sono di tale bellezza che anche il Parco Nazionale, ricco di fauna, rimane, al loro cospetto, un ricordo secondario.
Nel Matobo, si raccolgono le formazioni di “rocce in bilico” (balancing rocks) più spettacolari e numerose dello Zimbabwe. Alcune assumono equilibri talmente impossibili da sembrare ciclopiche opere dell’uomo, paragonabili ai dolmen e menhir dell’età del ferro. La natura granitica, conferisce loro un colore rossastro di grande effetto, accentuato dalle “pennellate” di colore dei licheni che le ricoprono.
Le rocce del Matobo, sono principalmente formate da granito, cioè roccia intrusiva, formatasi in seguito alla solidificazione lenta del magma sotto la superficie terrestre. Soltanto in alcuni punti il granito è venato da quarzo, generato dalla metamorfosi di rocce sottoposte a temperature e pressioni elevatissime.
Queste rocce si distinguono in due tipi, facilmente riconoscibili: le tipiche “balancing rocks” formate da pile di massi squadrati dalle forme bizzarre, e le grandi colline tondeggianti, dalla superficie liscia e dalla forma a “dorso di balena”, denominate dwala.
Le “balancing rocks” ebbero origine da fratture naturali del granito, dovute ad escursione termica o movimenti tettonici. Nella zona del Matobo, le linee di frattura, lungo le quali il granito si è spaccato, corrono parallele da nord a sud e da est a ovest, formando un reticolo dalle spaziature irregolari. L’azione degli agenti atmosferici nel corso di milioni di anni, ha portato alla luce questa massa rocciosa sezionata in blocchi e, un tempo, sepolta sotto tonnellate di terra, ripulendoli e spolverandoli esattamente come fa un archeologo con il suo ritrovamento. Le rocce che oggi noi vediamo in bilico l’una sull’altra, non sono altro che i blocchi rimasti nelle loro posizioni originali, mentre altri sono stati erosi e sbriciolati, o son”o caduti. La più famosa e spettacolare di queste formazioni è probabilmente la Mother and Child”. Situata nella parte settentrionale della Whopi Game Reserve, nei pressi di Bambata Cave, deve il nome alla straordinaria rassomiglianza ad una madre che porta il proprio bambino sulla schiena.
I dwala ebbero origine in circostanze simili, ma lungo linee di frattura curve. L’azione erosiva degli agenti atmosferici sui dwala, determina un processo di esfoliazione detto “a buccia di cipolla”. Dove le linee di frattura seguivano un profilo concavo, anziché convesso come nel caso dei dwala, si sono formate grotte come quelle di Silozwane e Pomongwe. In questi luoghi, la costante erosione “a buccia di cipolla” provocò nel corso dei millenni un lento collasso della roccia, con conseguente formazione di ampie conche dalle pareti lisce.
E’ interessante notare come, la particolare forma di queste lastre di granito (la “buccia della cipolla”) originate dall’esfoliazione dei dwala, siano state adoperate dall’uomo come materiale nella costruzione delle città di pietra, caratteristica esclusiva di quest’area geografica dell’Africa, quali Great Zimbabwe, Nalatale, Dhlo Dhlo e Khami.
Le pitture rupestri
Soffermandosi ad osservare le pitture rupestri del Matobo, la nostra mente non può esimersi dall’immaginare uomini simili a noi, che in epoche ormai perdute nel tempo, sostarono proprio li, sotto quello sperone di roccia, accendendo un fuoco, consumando un pasto e, infine, registrando quell’attimo sul granito, affinché non andasse perduto nel tempo.
In realtà, è probabile che molte delle testimonianze artistiche preistoriche siano state cancellate proprio dal tempo, ma quelle sopravvissute nelle grotte del Matobo, sono, indiscutibilmente, di mirabile fattura.
Ciò che più stupisce è il tratto preciso, che dipinge gli animali dell’antico continente africano con tale esattezza di particolari, da renderli inconfondibili. Colui che conosce gli animali africani, non esiterà un solo istante nel riconoscere l’eland gibbuto o il rinoceronte bianco dipinti con semplicità e maestria. Le pitture sulla roccia rappresentano non soltanto una testimonianza dei riti e dei costumi dell’uomo preistorico africano, ma l’espressione della profonda conoscenza che questi aveva delle creature che lo circondavano e che erano per lui, probabilmente, compagni di vita e prede allo stesso tempo.
MOZAMBICO
L’entroterra a sud
del Save
Allontanandosi dalla costa, le strade di terra rossa si restringono sempre più, fino a divenire piccoli solchi che tagliano timidamente l’infinita boscaglia piatta dell’entroterra a sud del fiume Save. L’odore salmastro e salubre dell’oceano svanisce rapidamente e le palme da cocco lasciano il posto ai mopane, alle palme Lala ed ai baobab. I centri abitati costieri, ricchi di vita e di fermento, divengono soltanto più un lontano ricordo e gli insediamenti umani si trasformano in villaggi isolati e primitivi.
C’è un invisibile confine che separa la costa, vivace meta del turismo internazionale, dall’entroterra, sconosciuto e poco accessibile, in cui però l’Africa è ancora padrona di se stessa: è il punto in cui i bambini smettono di correrti incontro gridando “Sweets! Sweets!”, mendicando, con le loro voci stridule, caramelle o qualsiasi altra cosa il Mulungu (l’uomo bianco) possa regalare loro. Oltrepassato questo confine, non ci sono più spiagge candide, docce calde, ristoranti ben forniti e birra ghiacciata, ma soltanto terra rossa e fine, che si infila in ogni fessura e ti ricopre costantemente come cipria sottile. L’acqua si prende nei fiumi o dai pozzi: è fresca da bere soltanto al mattino e per fare una doccia calda la si deve scaldare sul fuoco.
A tutti coloro che, per scoprire qualcosa di diverso dal Mozambico travestito da “paradiso tropicale”, non sono disposti a sporcarsi di polvere e a dormire senza lenzuola pulite, consiglio di saltare a piè pari questo capitolo. A coloro che, invece, sono disposti a qualche sacrificio, prometto un viaggio difficile e faticoso, grandi distanze su piste accidentate, scarse possibilità di rifornimento e assistenza, strutture ricettive inesistenti, fauna scarseggiante e talmente schiva da essere quasi invisibile.
Ma prometto anche una natura da mozzare il fiato; panorami indimenticabili; gente amichevole ed ospitale, povera di mezzi ma ricca di valori e speranze; incontri tra culture separate da distanze abissali, che, per un istante o un giorno, si incontrano attraverso la curiosità e il rispetto reciproci.
Forse dimenticherete il nome del residence di Vilankulo o il colore della sabbia di Praia do Tofo, ma non dimenticherete mai il viaggio attraverso questo Mozambico.
La costa subtropicale e l’Oceano.
C’è una strada, in Mozambico, che parte da Maputo e sale verso nord, scivolando lungo la costa, lambendo l’Oceano. Talvolta corre proprio lungo la spiaggia, altre volte si allontana un poco, tagliando tra le colline dell’interno. Soltanto per un breve tratto la strada rimane distante una trentina di chilometri dalla battigia, ma per tutto il resto del tragitto, l’Oceano Indiano è lì, proprio dietro le palme che crescono sulla terra rossa. Se tendiamo l’orecchio, indisturbati dal traffico inesistente, possiamo udire le onde infrangersi sulla spiaggia, e, di tanto in tanto, il tonfo sordo di un cocco che cade a terra.
La strada è la EN1, Estrada Nacional Um, la grande arteria asfaltata che collega la capitale al nord del paese e che, per ben 5° di latitudine amoreggia con la spuma bianca delle onde oceaniche.
Sono proprio il manto asfaltato (sebbene non sempre perfetto) e la vicinanza alla costa a rendere questo percorso uno degli itinerari turistici più popolari del paese. Attraversando località balneari di grande bellezza, il viaggiatore potrà godere di suggestivi scorci d’oceano adagiati su spiagge di sabbia bianca e, di tanto in tanto, potrà anche tuffarsi in un po’ di vita mondana. Ma, a dispetto del carattere squisitamente turistico dell’area, non si sentirà mai frastornato. Anche nel suo movimentato epicentro turistico, il Mozambico conserva il carattere semplice e genuino di un paese turisticamente ancora molto giovane e, in parte, da scoprire.
La costa delle province di Gaza e Inhambane, si estende a sud del Tropico del Capricorno, direttamente affacciata sull’Oceano Indiano.
A poca distanza dalla costa, una massiccia barriera corallina crea una protezione naturale dai flutti oceanici e un ambiente ideale per una varietà straordinaria di specie marine: ci troviamo nel cuore dell’ecosistema marino subtropicale.
Al largo dello zoccolo continentale, scorre verso sud la calda corrente di Agulhas (o corrente del Mozambico), che lambisce la costa sud-orientale dell’Africa. Il suo effetto climatico favorisce la crescita delle mangrovie e la proliferazione di una nutrita fauna ittica, mentre la sua azione dinamica, unitamente ai venti oceanici, contribuisce alla formazione di estese spiagge di sabbia, che, verso l’interno, si elevano in crinali di dune basse.
Il Mozambico include alcuni degli arcipelaghi più belli e suggestivi della costa orientale Africana, e l’arcipelago di Bazaruto, Parco Nazionale marino, si trova proprio di fronte a questo tratto di litorale, a meno di 10 km dal continente.
Alle foci dei grandi fiumi, quali il Limpopo e il Save, le mangrovie (Bruguieria gymnorrhiza, Rhizophora mucronata, Cassipourea malosana) crescono rigogliose, come pure lungo i litorali sabbiosi a nord di Inhambane.
La fauna è ricchissima in varietà e quantità. Nell’acqua nuotano le più svariate specie di pesci di barriera; numerosi sono anche gli squali, mentre al di là del rift, proliferano tonni, marlin, squali balena. I cetacei, tra i quali delfini e balene, sono facilmente avvistabili. Tra i coralli e le specie ittiche dai colori sgargianti, nuotano diverse specie di testuggini, mentre alla foce dei corsi d’acqua sono diffuse le anguille. Attorno alle isole dell’arcipelago e, forse, anche presso gli estuari di Limpopo e Save nuota il dugongo (Dugong dugon), un raro sirenide la cui presenza è ormai circoscritta a pochissime zone del globo.