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di Gianni Bauce (Quaderno n°6 - Settembre 2012)

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04Quante volte abbiamo assistito ad una scena del genere meditando sulla quantità di energie spese dai genitori per proteggere i loro piccoli? In ogni specie la cura e la sopravvivenza dei piccoli è una priorità imprescindibile e nelle specie territoriali lo svolgimento di questa attività esclusivamente all'interno del territorio piuttosto che nell'intero home-range ne dimostra l'estrema importanza.

Ma talvolta l'evoluzione di alcune specie, nel tentativo di proteggere la propria discendenza si è spinta oltre, elaborando strategie originali.

Per esempio la precocità, ovvero l'indipendenza del neonato dalla madre già durante le prime ore di vita, è una strategia efficace che consente al cucciolo di sfuggire ai predatori, rendendolo meno vulnerabile. I piccoli di gnu, a poche ore dal parto sono già in grado di correre accanto alla madre, come pure tra i Lagomorfi, le lepri danno alla luce piccoli precoci.

(A sinistra, piccolo di ghepardo (Acinonyx jubatus) e a destra, un piccolo di giraffa)02Le mamme giraffa, invece, vengono spesso scambiate per madri snaturate che abbandonano da soli i loro piccoli per molto tempo, brucando foglie a decine di metri di distanza. In realtà esse mantengono sempre un perfetto contatto visivo grazie alla loro altezza, sorvegliando attentamente i propri cuccioli. I piccoli, invece, restano a lungo immobili per risparmiare energie e privilegiare la crescita corporea. Le giraffe adulte, infatti, grazie alle loro dimensioni ed alle potenti zampe in grado di scalciare pericolosamente, hanno ben pochi nemici. Anche i leoni, se possibile, cercano di evitarle e soltanto branchi numerosi ed altamente specializzati riescono a condurre con successo la caccia a questi grandi ungulati. I piccoli, invece, sono molto vulnerabili ed è quindi fondamentale per loro raggiungere il più rapidamente possibile le dimensioni che permetteranno loro di dissuadere i predatori e sfuggirgli. Il risparmio energetico è quindi un'originale strategia delle piccole giraffe per cercare di sopravvivere al periodo di più alta vulnerabilità della propria esistenza.

Abbiamo già trattato nel “quaderno natura N°1” la singolare strategia dei ghepardi, ma essa è tanto originale da meritare un posto anche in questo articolo. I piccoli di ghepardo infatti, anche grazie alla sviluppata criniera dorsale, assomigliano incredibilmente al tasso del miele, un mustelide aggressivo e tenace, dal quale anche predatori come i leoni preferiscono tenersi alla larga. Un piccolo di ghepardo visto in lontananza tra l'erba può essere scambiato facilmente per questo scontroso inquilino della boscaglia e perciò evitato.

(A sinistra, allattamento di un puku (Kobus vardonii) e a destra, allattamento di un elefante (Loxodonta africana))03A volte, lo sforzo per proteggere i propri piccoli ha dello straordinario, come accade per gli impala.

In Africa australe, le femmine di questa specie di antilope partoriscono ad ottobre all'arrivo delle piogge per garantire ai propri cuccioli erba alta che possa nasconderli facilmente ai predatori. Se le piogge tardano, esse sono addirittura in grado di ritardare il parto. 

Anche sott'acqua ci si ingegna: la tilapia, un pesce della famiglia dei Cichlidae, dopo aver deposto le uova le raccoglie nella propria bocca custodendole al sicuro dall'attacco dei predatori.

Talvolta lo sforzo non è soltanto teso a difendere i propri piccoli dai predatori, ma le femmine si trovano a dover fare i conti anche con nemici interni. Nelle antilopi organizzate in harem, i maschi dominanti tendono a scacciare dal branco i giovani maschi prossimi alla maturità sessuale, perché potenziali rivali. L'isolamento dal branco (anche se questi giovani erranti si organizzano in piccoli gruppi di scapoli) ne aumenta la vulnerabilità. Così, secondo molti studiosi, la presenza delle corna anche nelle femmine di alcune specie (generalmente più piccole di quelle dei maschi) non è altro che il risultato evolutivo del tentativo di confondere il maschio dominante, il quale in tal modo può facilmente scambiare un giovane per una femmina e pertanto tollerarlo all'interno del branco.

(A sinistra una Tilapia e a destra, un cucciolo di iena (Crocuta crocuta))04Alcuni genitori, invece, si prendono cura della propria prole in modo un po' particolare o per meglio dire “non se ne prendono cura”, preferendo affidarla ad altri “inconsapevoli” genitori adottivi. E' il cosiddetto “parassitismo della prole”, comportamento adottato nel mondo degli uccelli da molte specie di cuculo, di indicatore e di vedova. Questa strategia consiste nel depositare il proprio uovo nel nido di qualche altro uccello ed abbandonarlo alla cova del proprietario, che inconsapevolmente lo porterà fino alla schiusa e si occuperà del neonato fino allo svezzamento. Ciascun parassita di covata sceglie accuratamente i genitori adottivi della sua prole, deponendo l'uovo soltanto nei nidi di alcune precise specie, ad esempio il cuculo africano (Cuculus gularis) depone soltanto nei nidi di drongo codaforcuta (Dicrurus adsimilis), mentre l'indicatore golasquamata (Indicator variegatus) sceglie nidi di picchio cardinale (Dendropicos fuscescens) o picchio codadorata (Campethera abingoni).

Ma c'è un aspetto che accomuna tutti i cuccioli degli animali superiori: l'aspetto grazioso e tenero.

Non è una casualità che la vista un qualsiasi cucciolo, anche quello di una iena, ci intenerisca. L'aspetto dei cuccioli è il risultato dell'evoluzione che ha prodotto tratti somatici tali da inibire l'aggressività di coloro che vengono a contatto col piccolo. Ciò non significa che un predatore evita i cuccioli di una preda o di un competitore perché intenerito dal loro aspetto, ma l'inibizione dell'aggressività è comunque presente e in piccola percentuale collabora alla dissuasione dell'aggressore, quindi alla sopravvivenza del cucciolo regalandogli una chance in più.

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Rhino-01African Path desidera ringraziare tutti i donatori che ci hanno aiutato a raccogliere fondi per la International Rhino Foundation in occasione dell'iniziativa “Rhino is My Friend”, tenutasi a Limone Piemonte presso la manifestazione Overland Experience. I fondi sono stati recapitati alla I.R.F. e Sarah Brown, responsabile delle donazioni  per la I.R.F., ha rinnovato tutta la gratitudine e l'entusiasmo per l'iniziativa. In particolare desideriamo ringraziare Carlo Barilà, Francesco Barilà, Fabio Bertazzoni, Cristian Bogani, Daniela Bertagna, Silvia Butti, Valentina Cassinelli, Alessio Dimitri, Massimo Giovale, Cecilia Guarise, Victoria Kuzhba, Sara Lucchetti, Lorenzo Meirone, Luisa Moro, Anna Nandini, Andrea Pozzetti, Emilia Protti, Samuele Redaelli, Stefano Risatti, Francesco Sabatini, Alessandro Silvestri, Claudia Vassallo, Marco Viotto e tutti coloro che invece hanno preferito rimanere nell'anonimato.

Alla prossima ragazzi!

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di Gianni Bauce (Quaderno n°5 - Agosto 2012)

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01Coda prensile, dita opponibili, capacità di cambiare colore, occhi indipendenti e lingua estensibile. Con un identikit del genere è veramente difficile non riconoscere uno dei rettili più singolari del pianeta: il camaleonte (ordine Squamata; famiglia: Camaleontidae).

Tra le 83 specie, distribuite in 6 generi, in Africa australe sono presenti 19 specie di camaleonti, 15 del genere Bradipodion, 2 del genere Chamaleo e 2 del genere Rhanpholeon. Tra queste, il camaleonte orecchiuto (Chamaleo dilepis) è sicuramente il più comune perché diffuso in tutta l’area australe del continente.

La caratteristica più nota del camaleonte è forse la capacità di cambiare colore. Erroneamente attribuita alla necessità di mimetizzarsi con l’ambiente, questa caratteristica è invece relazionata allo stato emotivo dell’animale, specialmente nei maschi. Ma che dire della sua lingua rapida e lunga usata apparentemente come una mazza per catturare le prede?

(Un Camaleonte di Jackson (Trioceros jacksonii) si appresta a proiettare la lingua)Camaleonte di JacksonE’ proprio la strategia di caccia di questo rettile che proveremo ad analizzare in questo articolo, al di là delle apparenze, perché dietro alla stilettata della lingua che dura pochi decimi di secondo, si nasconde una complessa attrezzatura da caccia.

Nelle lucertole primitive come Iguanidae, Agamidae e Chamelonidae, la lingua è lo strumento utilizzato per la cattura delle prede. Tramite questo organo, la preda viene catturata sia per effetto “adesivo” (creato dal muco secreto dalle ghiandole poste sulla punta) che per effetto di “interconnessione” (ovvero la capacità della superficie linguare di insinuarsi tra le aree di aggraffaggio presenti nella preda).

Nella maggior parte dei Sauri, è la saliva o il muco a svolgere la funzione predominante nella cattura (“adesione”): è un processo semplice ma che per sua natura ha dei forti limiti nella forza di presa esercitata e questo si traduce in un limite nelle dimensioni delle prede catturabili.

I camaleonti, invece, sono in grado di catturare prede molto più grandi, integrando la propria dieta anche con piccoli vertebrati come lucertole e piccoli uccelli. Questo si deve alla tecnica “balistica” sviluppata da questi rettili, capaci di proiettare in avanti la lingua con una velocità straordinaria, estendendola per una lunghezza pari a 1 – 1,5 volte la lunghezza del proprio corpo.

Eppure, rapidità ed estensibilità non bastano a fare la differenza. Con esse, il camaleonte è riuscito a catturare le proprie prede a distanza, ma come riesce a sviluppare una forza di presa tanto superiore rispetto ai cugini Squamata?

(Le due parti principali della lingua)01L’estremità della lingua del camaleonte è dotata di una gran quantità di ghiandole epiteliali e di papille. Le prime consentono la secrezione di muco che agisce come adesivo, le seconde consentono l’interconnessione nelle pieghe della pelle e del corpo della preda. Ma la vera novità sta nella morfologia della lingua. L’estremità è tozza (come in una mazza) e a forma di tasca dalle estremità prensili. Il muscolo acceleratore centrale ha forma cilindrica, mentre i retrattori si innestano posteriormente al tessuto connettivale  che circonda il muscolo acceleratore. Una serie di altri muscoli collegano l’acceleratore all’estremità della lingua, detta “tasca”, tra i quali i retro attori della tasca stessa.

(L'attimo della cattura)01La cattura avviene in tra fasi distinte: durante la prima, la lingua viene proiettata in avanti e in circa 50 ms raggiunge la preda, colpendola come una mazza e stordendola. Nella seconda fase, la tasca cambia forma, avvolgendo l’estremità della preda (un camaleonte di medie dimensioni è in grado di avvolgere con la tasca della propria lingua l’intera testa di una lucertola) creando un effetto aggraffante, come se le dita di una mano afferrassero la preda. Nella terza fase, i muscoli retrattori richiamano il fondo della tasca creando un effetto di suzione, esattamente come una ventosa, moltiplicando la forza di presa. Tutti e tre gli effetti  (adesione, interconnessione e suzione) contribuiscono al trattenimento della preda fin tanto che la lingua si ritrae portandola alla bocca, ma l’effetto suzione (effetto “ventosa”) è in grado di aumentare di circa 3 volte la forza di presa.

Complimenti camaleonte, una strategia efficiente!

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namibia-desertSu "Velvet", inserto di Repubblica del mese di Agosto 2012, Valentina Cassinelli è l'autrice di uno splendido articolo sulla Namibia (pag. 130), un ritratto appassionato del paese e delle sue bellezze, tracciato da chi la Namibia la conosce intimamente.

In fondo all'inserto (pag. 186), Claudio Meirone, marito di Valentina, nella rubrica "La Guida" descrive una serie di itinerari attraverso i luoghi più interessanti e caratteristici del paese.

Da non perdere!

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Overland conclusioneSi è conclusa nel pomeriggio di domenica 15 luglio l'ultima edizione di Overland Experience, a Limone Piemonte. African Path, con l'iniziativa "Rhino is My Friend" ha riscosso un successo al di sopra delle aspettative, raccogliendo una cifra importante da devolvere alla International Rhino Foundation grazie alle magliette create per l'iniziativa. Quest'ultima prosegue e ad essa si aggiungerà la serie di eventi "Cheetah is My Friend" con le nuove magliette dedicate ai ghepardi, in collaborazione con il Cheetah Conservation Fund, al quale i proventi saranno devoluti.

Durante la manifestazione, Gianni Bauce ha presentato il suoi viaggi di esplorazione in Mozambico e il libro che da essi è scaturito, "Sozinho" (Polaris edizioni). Stefano Risatti e Claudia Vassallo hanno raccontato con uno splendido documentario il loro viaggio da Torino a Cape Town a bordo del loro VM; la "volpe del deserto" Sandro Garavelli ha presentato "Berenice e Pancrisia", estratto dai suoi viaggi, mentre Claudio Meirone e Valentina Cassinelli hanno raccontato come si viaggia in Africa coi bambini (ne hanno tre!). Indimenticabile anche Fabio Bertazzoni ("Un Crociato sulle Ande").

Infine, un "in bocca al lupo" a Dario Brignole per la sua imminente spedizione trans-Siberiana.

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