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Falco giocoliere 

Il Falco giocoliere: un acrobata in cielo.
Il Falco giocoliere (Terathopius ecaudatus) è un rapace di grande fascino, facilmente riconoscibile per il piumaggio prevalentemente nero, e becco e zampe rosso vivo. Le ali del maschio presentano un piumaggio fulvo nella prima metà, mentre ritornano nere, nell’altra metà, fino alla punta. Nella femmina, sono completamente fulve, salvo una piccola banda centrale tendente al nero. Gli esemplari immaturi, invece, presentano un piumaggio fulvo uniforme e becco e zambe sono grigi.
Il nome inglese di questo rapace è Bateleur. In realtà, questo termine proviene dal francese bateleur, che significa “funambolo”, “acrobata”. Osservando il Falco giocoliere in volo, mente volteggia a bassa quota sulla boscaglia, infatti, non si può fare a meno di notare il caratteristico rollio, che ricorda il movimento di un funambolo su una corda per mantenere l’equilibrio.

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Disegnare la natura nella natura, in un luogo dove la natura ti stupisce ad ogni istante. E' il sogno di ogni artista o aspirante tale ed era anche il nostro sogno: creare un viaggio didattico dedicato agli amanti del disegno naturalistico, insieme ad un artista di grande livello. E così, dall'incontro con Giorgia Oldano è nato questo workshop: sette giorni di “full immersion” nella natura Africana in uno dei paesi più belli dell'Africa Australe, lo Zimbabwe, in cui la natura è ancora in gran parte selvaggia e incontaminata, non inquinata da folle di turisti rumorosi.

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Zimbabwe, provincia del Mashonaland Orientale: una piccola strada la cui esile striscia di asfalto sta cedendo stagione dopo stagione all'erosione, collega le cittadine di Wedza e Marondera. Sessantatré chilometri che oggi si percorrono in un'ora e mezza e che un tempo, però, quando ci si spostava a piedi, non bastava un giorno intero per coprire. I viandanti bivaccavano allora a metà strada, e coloro che viaggiavano verso nord incontravano quelli che viaggiavano verso sud, si scambiavano informazioni, consumavano una cena frugale davanti al fuoco e trascorrevano una notte di riposo prima di salutarsi e ripartire l'indomani. Questo luogo si chiama ancor oggi Imire, che in lingua KiShona significa “Il luogo dell'incontro”.

Ma Imire non è soltanto un luogo d'incontro per viaggiatori: qui, molto tempo fa si sono incontrate due culture e da esse è nato un progetto che ancor oggi fornisce un sostanziale contributo alla conservazione.

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Lontanamente imparentato con il bufalo asiatico, il bufalo è l'unico bovino autoctono africano, e la sua origini resta ancora misteriosa.

Frequentatore delle praterie, la cui erba, da 5 cm a 80 cm di altezza, costituisce il 95% della sua dieta, questo mammifero vive in estrema dipendenza dall'acqua, penetrando talvolta biomi più aridi soltanto se esistono fiumi o pozze che garantiscano la disponibilità d'acqua. Oltre che di erba, il bufalo si nutre in minima percentuale (circa 5%) di foglie e germogli in maniera molto selettiva, non disdegnando pertanto la boscaglia fitta, dove trascorre generalmente le ore più calde del giorno, giovando dell'ombra e della maggiore protezione dai predatori. Per questo, il suo habitat ideale si trova nelle praterie ai limiti delle zone boscose e di foresta, dove può alternare il pascolo al riposo in zone ombreggiate e fresche.

I bufali sono animali fortemente gregari e socialmente organizzati in mandrie che possono raggiungere anche le diverse migliaia di individui, tra i quali vigono rigide gerarchie, con maschi dominanti e individui (anche femmine) di rango elevato.

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Sul terreno morbido, le impronte hanno la forma di enormi chicchi di caffè, impressi ad intervalli regolari come regolare è il passo della grande creatura. Guidano nel profondo della boscaglia, dove le spine degli arbusti graffiano la pelle e si agganciano agli abiti, come mille mani che trattengono con insistenza. Nel caldo del pomeriggio africano, soltanto il monotono richiamo della tortora dal collare spezza il silenzio, mentre ogni altro essere vivente sembra azzittito dall'afa e dal sole implacabile.

Un lieve alito di brezza ci accarezza svogliatamente la fronte: non porta sollievo al caldo insopportabile, ma ci rassicura sulla posizione. Il diavolo nero della boscaglia è li davanti, da qualche parte, e restare sottovento significa nascondergli il nostro arrivo.

L'odore delle feci ci coglie all'improvviso, denso e pungente, prima che le torte di letame ancora fumanti appaiano alla vista. La creatura è vicina.

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