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di Gianni Bauce (Quaderno n°4 - Aprile 2013)

Tra i grattacieli di New York, un uomo mascherato con un’attillatissima tuta rossa e blu balza di edificio in edificio con voli acrobatici che compie attaccato a resistentissime fibre filiformi adesive che lancia dai polsi e utilizza come liane.

E’ così che per la prima volta nel 1962 gli autori Stan Lee e Steve Ditko immaginarono l’Uomo Ragno, il personaggio che divenne uno dei più famosi supereroi dei fumetti. Ma Lee e Ditko non inventarono granché, perché personaggi simili esistevano già da 500 milioni di anni (circa 100 milioni di anni prima della formazione della Table Mountain). Questi fantastici esseri sono i ragni.

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walking safariIl sole non ha ancora fatto capolino da dietro l'orizzonte e la boscaglia è ancora immersa in quel silenzio ovattato che precede il giorno. L'aria è ancora fresca e la luce ingannevole (come usa definirla Lauren Van Der Post in un suo celebre romanzo). Ancora la tortora dal collare non ha iniziato a cantare monotona e l'unico fruscio che si ode è quello dei nostri passi dietro lo scout armato che guida la piccola colonna, un silenzio quasi opprimente che sembra sottolineare l'inquietante potenziale presenza dei predatori intenti ad osservare il nostro passaggio.

Siamo in "walking safari", una lunga escursione a piedi in mezzo alla boscaglia, soli e vulnerabile nel cuore dell'Africa selvaggia.

Il walking safari (safari a piedi) è un'attività emozionante che si può praticare nelle aree naturali in Africa e molti provano un brivido di inquietudine nel pensare di camminare inermi in un mondo abitato da animali feroci e pericolosi. Leggi l'articolo >>

 

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di Gianni Bauce (n° 3 - marzo 2013)

Archivio 2 chiacchiere col ranger >>

walking safariIl sole non ha ancora fatto capolino da dietro l'orizzonte e la boscaglia è ancora immersa in quel silenzio ovattato che precede il giorno. L'aria è ancora fresca e la luce ingannevole (come usa definirla Lauren Van Der Post in un suo celebre romanzo). Ancora la tortora dal collare non ha iniziato a cantare monotona e l'unico fruscio che si ode è quello dei nostri passi dietro lo scout armato che guida la piccola colonna, un silenzio quasi opprimente che sembra sottolineare l'inquietante potenziale presenza dei predatori intenti ad osservare il nostro passaggio.

Siamo in "walking safari", una lunga escursione a piedi in mezzo alla boscaglia, soli e vulnerabile nel cuore dell'Africa selvaggia.

Il walking safari (safari a piedi) è un'attività emozionante che si può praticare nelle aree naturali in Africa e molti provano un brivido di inquietudine nel pensare di camminare inermi in un mondo abitato da animali feroci e pericolosi. Altri non vedono l'ora di fare un incontro adrenalinico con un leone o un elefante. In realtà, sebbene il walking safari regali spesso la possibilità di tali indimenticabili incontri, questa attività deve essere affrontata senza troppe aspettative, cercando invece di viverne la vera essenza. Gli animali si tengono alla larga dall'uomo e sebbene una buona guida sia in grado di avvicinarli dalla giusta direzione, considerando la molteplicità di fattori coinvolti in tale attività, egli manterrà sempre la distanza opportuna per garantire il massimo della sicurezza al gruppo e il fatidico incontro faccia a faccia con un leone non è l'evento più probabile.

Ciò che invece è importante apprezzare durante questa attività è il contatto intimo con la natura, un contatto che ci è precluso a bordo di un automezzo. Camminando, il silenzio è il nostro alleato principale; ci consente di udire suoni che il rumore di un motore coprirebbe inesorabilmente, avvicinandoci all'interpretazione dei richiami degli uccelli, dei mammiferi o semplicemente consentendoci di ascoltare la brezza.

Tutto scorre più lentamente attorno a noi, mentre a bordo di un veicolo, per quanto lentamente si viaggi, molte cose passano inosservate. Sostare sotto un albero per imparare a conoscerlo, osservare le impronte lasciate sul terreno, accorgersi di un insetto o di un ragno su un arbusto o analizzare il marchio sul territorio lasciato da un maschio dominante: questo è ciò che il safari a piedi può regalarci.

E quando ritorneremo al campo, anche se non avremo incrociato gli occhi gialli del leone e non avremo udito lo sbuffo nervoso del rinoceronte nero, ci sentiremo soddisfatti per essere stati così vicini all'Africa ed averla conosciuta un po' di più.

 

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di Gianni Bauce (Appunto n°3 - Marzo 2013)

Archivio degli Appunti di viaggio >>

vicfallsbridgePercorrendo il lungo sentiero che in territorio dello Zimbabwe costeggia il versante meridionale delle Cascate Vittoria, giunti sull’estrema punta di fronte a Livingston Island si può proseguire costeggiando le gole fino ad una piccola terrazza dalla quale si scorge il lungo ponte di ferro sullo Zambesi.

Sebbene oggi sembra dovere la sua notorietà principalmente al bungee jumping con il suo stratosferico fatturato quotidiano, il vecchio ponte di ferro ha ben altro da raccontarci.

Nel 1855, il missionario esploratore David Livingstone fu il primo europeo a vedere le Cascate Vittoria. Al seguito della spedizione c’era un pittore (all’epoca non esistevano ancora i fotografi), tale Thomas Baines, che dipinse le cascate come essi le avevano viste, dalla gola tra Knife Edge e Livingstone Island. Nessuno di loro avrebbe mai immaginato che soltanto cinquant’anni più tardi quelle due sponde sarebbero state unite da un ponte di ferro.

Trent’anni dopo la scoperta di Livingstone, la caricatura di un certo Cecil Jhon Rhodes compariva sulle testate dei giornali di tutto l’Impero in una vignetta satirica che lo ritraeva gigantesco e ritto sul continente africano con un piede sul Cairo e l’altro su Città del Capo. Il titolo della vignetta era “Il colosso di Rhodes” e ironizzava sul visionario progetto di Rhodes di unire il Cairo a Città del Capo per mezzo di un’unica linea ferroviaria. Nonostante la satira, la Corona Britannica appoggiò il progetto, la cui realizzazione significava di fatto l’estensione delle colonie inglesi nel continente dal Mediterraneo al punto più meridionale dell’Africa, senza soluzione di continuità.

Il progetto di Rhodes non venne mai attuato, ma nel 1902 la ferrovia collegava già Città del Capo a Bulawayo e Salisbury (l’odierna Harare) e quest’ultima a Beira, sull’Oceano Indiano.

Lo Zambesi, a quel tempo, si attraversava ancora col traghetto, 9 km a monte delle cascate, nel punto più stretto del fiume, ma già nel 1900 agli ingegneri George A. Harbour e Ralph Freeman venne commissionato il progetto di un ponte che collegasse le due sponde dello Zambesi poco più a valle delle cascate e nel 1903 la Cleveland Bridge & Engineering Company si aggiudicò l’appalto della costruzione per l’ammontare di 72.000 Sterline.

Il progetto prevedeva una struttura di ferro composta da cinque elementi principali: un’arcata a curva parabolica con una corda di circa 150 metri, due tratti di collegamento dell’arcata alle sponde e due piedi snodati che sostenevano e ancoravano il ponte alla roccia. Nel 1905 il ponte venne inaugurato e ufficialmente aperto al traffico ferroviario su due linee ferrate. Un anno prima, era stata inaugurata la stazione ferroviaria di Victoria Falls (collegata a Città del Capo da 2650 km di ferrovia) ed era stato costruito un modesto alberghetto destinato ad ospitare i tecnici e gli ingegneri che lavoravano all’opera al quale venne dato il nome di Victoria Falls Hotel.

Il ponte era un’opera imponente di alta ingegneria, che oltre ad unire le due sponde di uno dei fiumi più lunghi d’Africa, univa anche due paesi, la Rhodesia del sud da quella del nord. Per molti anni mantenne il nome di “Zambesi Bridge”, fino a quando altri ponti vennero costruiti sul fiume, così che il ponte di ferro divenne il “Victoria Falls Bridge”. Ma per il popolo dei Leya, che consideravano lo scorcio delle cascate un luogo sacro legato agli antenati, il ponte fu soltanto uno sfrontato atto sacrilego che avrebbe portato sventura. Fortunatamente, nonostante la profezia, le vittime di incidenti durante i lavori di costruzione si limitarono a due operai.

Con la Prima Guerra Mondiale, il ponte acquistò una notevole importanza strategica, perché l’Africa Occidentale Tedesca (l’odierna Namibia) distava soltanto 80 km ed anche durante la guerra dei 10 anni in Rhodesia il ponte fu costantemente presidiato per prevenire infiltrazioni di terroristi dallo Zambia e sabotaggi.  Nel 1929, una delle due vie ferrate venne rimossa per far posto all’asfalto della strada e alle due vie pedonali.

Nel 2005, con il contributo economico della World Bank, venne affidato ad una ditta danese il compito di periziare e revisionare l'opera. In seguito a pochi semplici interventi, il responso fu strabiliante: il ponte sullo Zambesi poteva durare ancora almeno 100 anni!

Alcuni dati sul ponte di Victoria Falls:

  • Lunghezza: 208,12 m
  • Altezza del piano carrabile dal livello delle acque: 108 m (stagione delle piogge); 125 m (stagione secca).
  • Peso totale: 1644 tonnellate.

 

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004Nel caldo pomeriggio africano, il branco di leoni è sdraiato all'ombra di un marula: tutti sonnecchiano eccetto una femmina che tiene d'occhio i tre cuccioli intenti a simulare maldestri combattimenti e attacchi reciproci.
Questa scena divertente ci racconta un comportamento molto diffuso tra gli animali evoluti, tipico dei mammiferi (in particolare di carnivori e primati) e più raramente riscontrabile anche tra gli uccelli. Si tratta del gioco.
Il gioco occupa i cuccioli per parecchie ore al giorno e se apparentemente può sembrare un'attività puramente ludica, in realtà riveste un ruolo importantissimo nella formazione e nell'apprendimento di ciascun individuo.

Mentre tra gli ungulati il gioco si limita a semplici test fisici come balzi e corse, tra i carnivori e i primati si riscontrano forme di gioco più complesse, tra le quali le fondamentali sono il gioco acrobatico, quello investigativo e quello sociale, ciascuna condotta con modalità e scopi differenti. Leggi l'articolo >>

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