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M'PhingweMozambico centrale: Villa Gorongosa dista poco meno di 200 km e ne mancano soltanto una quarantina per raggiungere lo Zambesi. Qui, sull’interminabile arteria asfaltata il cartello dello M'Phingwe lodge risalta come un oasi in mezzo al deserto. Fermarsi qui non significa soltanto rifocillarsi con una buona bistecca nel grazioso ristorante; significa anche uscire per un attimo dalla monotonia del viaggio, allontanarsi dalla strada, sul cui asfalto il caldo sembra insopportabile e rifugiarsi all’ombra di un piccolo giardino botanico e (perché no?) magari anche pernottare nelle modeste ma confortevoli casitas... Leggi l'articolo

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di Gianni Bauce (n°2 - Novembre 2012)

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fuoripistaAfrica: lungo una remota pista nel bel mezzo di una riserva, a poche decine di metri dal ciglio un branco di licaoni ha appena abbattuto un alcelafo e al di là dello spiazzo, seminascosti dai cespugli i predatori stanno banchettando.

E' una scena in cui capita di imbattersi poche volte nella vita ed è un vero peccato averla così a portata di mano e non poterla né vedere né fotografare. Basterebbe uscire dalla pista e attraversare quel piccolo spazio aperto per guadagnarsi un posto in prima fila e gustare la scena degna del National Geographic. Infondo non c'è anima viva nel raggio di dieci chilometri e attraversare quello spiazzo ingombro solo di detriti vegetali che male può fare?

Quante volte siamo stati assaliti da questa tentazione per avere un posto di osservazione migliore su scene di gran lunga meno straordinarie di quella descritta? Ebbene, se il regolamento del parco o della riserva proibisce di uscire dalle piste predefinite la questione è già risolta in partenza: il fuori-pista è un'infrazione! Ma se non esiste questo divieto, come per esempio nel Masai Mara in Kenya, allora la decisione è affidata alla nostra etica.

Personalmente sono uno strenuo avversario della guida fuori dal percorsi predefiniti, anche laddove questo non infrange i regolamenti, principalmente perché uno sguardo superficiale è in grado di rilevare soltanto una piccola parte dell'attività vitale che ferve attorno a noi e più l'attenzione e l'esperienza sono sommari, meno ci accorgiamo delle creature che potremmo definire "minori" non per la loro importanza, ma semplicemente per le loro dimensioni.

Al di là dello spiazzo vediamo i licaoni e l'alcelafo abbattuto perché sono mammiferi di medie dimensioni, che abbiamo già visto sui libri o nei documentari, ma ignoriamo il mondo microscopico che si è creato attorno ad un pezzo di legno marcio e che distruggeremo calpestandolo; la manciata di termiti che si è appena insediata un paio di centimetri sotto terra per dare vita ad una nuova colonia, e che schiacceremo con uno dei nostri pneumatici; le uova di pavoncella nel nido quasi invisibile sul terreno, che non si schiuderanno mai grazie al nostro passaggio. Uscire dalla pista è un atto arrogante spesso determinato da una profonda ignoranza. Altre volte, invece, è il frutto di un comportamento sprezzante, molto distante dall'etica di coloro che amano l'Africa, e se ad incorrere in atteggiamenti simili è una "guida professionista" (se così si può ancora chiamare) il fatto è enormemente più grave.

Scoraggiare questi comportamenti non è soltanto dovere nostro in qualità di professionisti del settore, ma è dovere di tutti, anche quando ciò significa rinunciare ad una bella foto.

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di Gianni Bauce (Appunto n°2 - Novembre 2012)

Archivio degli Appunti di viaggio >>

 

M'Phingwe, MozambicoMozambico centrale: Villa Gorongosa dista poco meno di 200 km e ne mancano soltanto una quarantina per raggiungere lo Zambesi. Qui, sull’interminabile arteria asfaltata il cartello dello M'Phingwe lodge risalta come un oasi in mezzo al deserto. Fermarsi qui non significa soltanto rifocillarsi con una buona bistecca nel grazioso ristorante; significa anche uscire per un attimo dalla monotonia del viaggio, allontanarsi dalla strada, sul cui asfalto il caldo sembra insopportabile e rifugiarsi all’ombra di un piccolo giardino botanico e (perché no?) magari anche pernottare nelle modeste ma confortevoli casitas.

Seduti al tavolo non si può far a meno di notare la vetrinetta con i bei manufatti in legno, appoggiata al muro e per coloro che vorrebbero sapere qualcosa in più su quei semplici, ma graziosi oggetti d’artigianato, il consiglio è di ritagliarsi ancora un po’ di tempo prima di ripartire. Imboccate la deviazione lungo la pista che riporta alla strada asfaltata e seguite il sentiero per poco meno di un chilometro, così da raggiungere la segheria di James White, il titolare di M'Phingwe.

(A sinistra: James consegna il diploma a fine corso. A destra: riforestazione)M'Phingwe, Mozambico. James WhiteJames è un vecchio rodhesiano, emigrato in Mozambico appena dopo la guerra. Alto, magro, sguardo duro, non sorride mai, ma ti accoglie sempre a braccia aperte. Si vede che è un uomo speciale e anche la sua segheria lo è. Il legno che vi si lavora proviene tutto dalla proprietà di James, un estesa porzione di territorio ricoperto di foresta. Qui, seguendo una tecnica svedese, James ha messo a punto un programma di riforestazione che consente di ripiantare più alberi di quanti non se ne taglino per alimentare la segheria. Ma non è tutto.

In uno dei capannoni James White ha creato una piccola scuola d’artigianato in cui insegna ai giovani l’arte della lavorazione del legno, e i manufatti esposti nella vetrinetta provengono proprio da qui. Questa è una scuola molto speciale perché i ragazzi non imparano soltanto a lavorare il legno, ma anche a costruire le macchine e le attrezzature utilizzando componenti e materiali facilmente reperibili sul posto.
Così, un tornio costruito con un vecchio motore elettrico, una cinghia, due rotaie di ferro saldate e un albero produce piatti e scodelle, mentre utensili ricavati da vecchie zappe danno forma a splendidi vasi. “Se mi limitassi ad insegnare loro come lavorare il legno”- dice James White  “una volta usciti da qui non potrebbero affrontare la spesa per l’acquisto di una pialla o di un tornio e nessuno di loro sarebbe in grado di iniziare un’attività. Tutto ciò che hanno imparato sarebbe presto dimenticato, in questo modo, invece, do loro la possibilità di iniziare una piccola impresa con pochissimi soldi.”-

E’ forse questo a conferire ai manufatti della scuola di M'Phingwe un incredibile valore aggiunto e noi, quei piatti e quelle scodelle li abbiamo acquistati proprio per questo.

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di Gianni Bauce (Quaderno n°8 - Novembre 2012)

Archivio Quaderni della natura>>

00Cavarsela da soli nella vita è sempre un gran bel problema ed è innegabile che associarsi per fornirsi aiuto reciproco rende migliori le condizioni di vita. Così, la natura ha previsto che gli esseri viventi si aggreghino per sfruttare meglio le risorse e ottenere più chance di sopravvivenza.
Individui di una stessa specie si aggregano formando popolazioni con organizzazioni sociali più o meno complesse, dalla colonia di formiche alla mandria di bufali (aggregazione intraspecifica), ma l’evoluzione naturale si è spinta oltre, promuovendo una sorta di “società a responsabilità limitata” i cui soci appartengono a specie diverse o addirittura a regni diversi (aggregazione interspecifica). Questa collaborazione tra soci eterogenei viene detta simbiosi che tra gli esseri viventi può apparire sotto diverse forme.

(Due frequenti compagni: elefante e airone guardabuoi (Bubulcus ibis))Elephant and egretIl commensalismo è la forma di simbiosi per la quale una popolazione trae beneficio dalla collaborazione mentre l’altra non subisce alcun danno. L’esempio più comune in Africa è costituito dall’airone guardabuoi (Bubulcus ibis) che si associa coi grandi ungulati come il bufalo o l’elefante. Questi ultimi, spostandosi nelle praterie disturbano piccoli anfibi, rettili e invertebrati nascosti tra l’erba i quali uscendo allo scoperto divengono facile preda dell’airone. L’airone guardabuoi approfitta dei suoi soci inconsapevoli traendo un grande vantaggio nell’usarli come un cacciatore usa il proprio cane per far alzare in volo il fagiano. Gli ungulati, invece, non ottengono né beneficio né danno da questo rapporto, ma il servizio che rendono all’airone non comporta per loro alcun dispendio aggiuntivo di energie.

(Una bufaga beccorosso (Buphagus erythrorhynchus) alla ricerca di zecche sul dorso di una zebra)Zebra and oxpeckerCon il termine mutualismo, invece si intende un rapporto più complesso che vede la collaborazione reciproca con vantaggi per entrambe le specie. La giraffa e la bufaga per esempio traggono dalla convivenza un vantaggio a doppio senso di marcia: l’ungulato, tollerando la presenza dell’uccello su di se, si ritrova ripulito dalle zecche, mentre l’uccello può banchettare indisturbato assicurandosi la razione giornaliera di cibo. Anche le api e la vegetazione fiorita si scambiano favori reciproci: le prime si nutrono del nettare messo a disposizione dalle inflorescenze, mentre le piante ottengono dagli insetti un efficace veicolo per l’impollinazione. Un po’ meno evidente e conosciuto è il rapporto di commensalismo che esiste tra gli erbivori ruminanti e i batteri del loro apparato digerente. I batteri presenti nel rumen vivono disgregando il cibo ingerito dai ruminanti, trasformandolo in modo da consentire l'assorbimento delle sostanze nutrive. Ma meno noto è l’apporto che i batteri con i loro continui cicli vitali forniscono al loro ospite:  i batteri morti, infatti, vengono a loro volta digeriti fornendo un importante apporto proteico.

(Afidi del sambuco (Aphis sambuci))
AphidNon sempre, tuttavia, il rapporto di simbiosi ha effetti positivi. Nel caso del parassitismo, infatti, soltanto una delle due specie coinvolte trae vantaggio, mentre l’altra ne ottiene un danno. Nel mondo vegetale vi sono molti esempi di piante parassite che utilizzano le risorse di altre piante a loro danno. Alcuni insetti sono parassiti delle piante che li ospitano e nel mondo animale il caso più comune è quello della zecca, un aracnide che vive tutta la vita su uno o più ospiti (a seconda delle specie) nutrendosi del suo sangue. L’ospite può contrarre infezioni e indebolirsi fino alla morte, anche se generalmente un grosso erbivoro in salute può ospitare senza grandi problemi qualche migliaio di zecche. Una sottile differenza separa il parassitismo da un’altra forma di simbiosi, la predazione. Anche nella predazione una specie trae vantaggio e l’altra svantaggio, ma la specie svantaggiata soccombe sempre, come nel caso delle zebre e dei leoni. Questi ultimi si spostano seguendo le zebre che costituiscono il loro cibo e la zebra predata viene uccisa per divenire nutrimento. Accade tra predatori ed erbivori, ma anche tra erbivori e piante di cui si nutrono. In entrambi i casi il singolo individuo della specie svantaggiata muore, ma la specie può trarre a lungo andare svantaggio o vantaggio. Una eccessiva predazione di una popolazione di erbivori al limite della soglia critica può determinarne l’estinzione nell’area, anche se in genere i carnivori sono un marginale elemento di controllo. Alcune specie erbose traggono vantaggio dall’azione degli erbivori anche in caso di “overgrazing”, altre invece possono soccombere.

(A sinitra una leonessa trascina la sua preda e a destra Hyobanche sanguinea, pianta parassita molto diffusa in Africa australe)LionessNel mondo vegetale l’antibiosi viene usata da alcune piante per prevenire la crescita di altre, in modo da monopolizzare le risorse del terreno in cui crescono, come nel caso per esempio delle conifere, sotto le cui chiome non crescono altre piante. E’ questo un modo per conquistare con la forza la propria nicchia e sopravvivere. Nel mondo animale, un fenomeno molto simile è la competizione, che può avvenire tra individui della stessa specie (intraspecifica) e tra specie diverse (interspecifica), per contendersi le risorse di una determinata nicchia.

Insomma, avere un socio può portare dei vantaggi, ma bisogna sceglierlo con attenzione per non restare in braghe di tela.

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rubricheDa oggi, accanto ai “Quaderni della Natura”, spazio dedicato alla fauna, la flora e la natura africana in genere, vi proponiamo due nuove rubriche, “Appunti di viaggio” e “2 chiacchiere col Ranger”.
“Appunti di viaggio” racconterà ogni mese di luoghi, percorsi e attrattive dell’Africa australe, cercando anche in questo caso, di portare alla luce scorci solitamente nascosti dietro l’angolo, che la fretta di arrivare alla prossima meta ci fa tralasciare.
“2 chiacchiere col Ranger”, invece, è una rubrica che tratterà vari aspetti del safari e del viaggio in Africa, con particolare attenzione all’etica, alla deontologia di viaggio e alla sicurezza, visti dall’ottica di una guida professionista (Gianni Bauce nella fattispecie). Il titolo non è scelto a caso: “2 chiacchiere” sottolinea il canale a doppio senso di marcia che la rubrica vuole avere, interagendo con i lettori (e di qui il link di posta elettronica a fondo articolo che invita a commentare e replicare), e “Ranger”, termine un po’ abusato, che è l’improprio sinonimo di Field Guide, al quale l’icona abbinata alla rubrica fa un po’ il verso.
Buona lettura!

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