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di Gianni Bauce (Quaderno n°1 - Gennaio 2013)

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IracePensando ad un animale in stretta parentela con gli elefanti, molto probabilmente siamo portati ad immaginare una creatura di grandi dimensioni, ma in questo caso, la natura ci riserva una sorpresa.

Il parente più prossimo dell’elefante è infatti una creatura pesante pochi chilogrammi e dalle sembianze e dimensioni di una marmotta: la procavia.

IraceLa procavia o irace è un mammifero dell’ordine degli iracoidei (Hyracoidea) diffuso in buona parte dell’Africa e in alcune aree del Medio Oriente, dall’aspetto molto simile ad un roditore, ma con i quali ha poche cose in comune. L’ordine degli iracoidei è un ordine monofamiliare cioè costituito da una sola famiglia, quella dei procavidi (Procaviidae), suddivisa a propria volta in tre generi distinti, Procavia (procavia delle rocce, 3 specie), Heterohyrax (procavia delle steppe o della boscaglia, 1 specie) e Dendrohyrax (procavia arboricola, 2 specie).

Sebbene oggi le sue dimensioni siano comprese tra i 30 e i 70 cm, durante il Miocene (periodo compreso tra i 23 e 5,3 milioni di anni fa) esistevano iracoidei più grandi di un potamocero o di un cinghiale. Poi, quando nello stesso periodo i ruminanti presero il sopravvento, soltanto gli iracoidei che seppero ritagliarsi una nicchia in grado di aggirare l’implacabile concorrenza di questi nuovi colonizzatori del pianeta, riuscirono a sopravvivere.  Fu in questo periodo che alcuni iracoidei mantennero le loro grandi dimensioni, ma si spostarono in ambienti diversi, come quello acquatico. Da questi sembra abbiano avuto origine gli ordini di elefantidi (a cui appartengono i moderni elefanti) e sirenidi.

Altri iracoidei si evolvettero in creature più piccole ed agili, capaci di colonizzare ambienti terrestri in cui la concorrenza dei ruminanti non fosse così pressante, divenendo così arboricoli o abitando le piccole cavità delle rocce.

ElefanteRecenti studi del DNA hanno confermato lo stretto grado di parentela delle procavie con gli elefanti. Vi sono tuttavia analogie evidenti che tutti noi possiamo notare andando a spasso per l’Africa. Tralasciando il fatto che entrambi non siano ruminanti, prima tra tutte le analogie è la presenza in entrambi gli ordini di incisivi superiori modificati in zanne, ben note ed evidenti negli elefanti e un po’ più nascoste tra le procavie. In entrambi i casi, le zanne vengono utilizzate come arma e come utensile.

Un’altra importante caratteristica comune sono i cuscinetti plantari che permettono ad entrambi di muoversi silenziosamente sul terreno. Nelle procavie questi sono dotati di ghiandole che mantengono la pianta lubrificata e consentono la traspirazione e nelle zampe posteriori è presente un dito dotato di unghia artigliata.

Sia i maschi di elefanti che di procavia, inoltre, presentano testicoli addominali interni, cioè non visibili.

Le ghiandole mammarie sono in paio e poste frontalmente in entrambi gli ordini (anche se le procavie ne possiedono altre due paia nella zona inguinale).

Possiedono entrambi forti analogie nella placenta e nell’utero e la gestazione è straordinariamente lunga (22 mesi per gli elefanti, 7-8 mesi per le procavie).

ElefanteSoltanto nelle relazioni sociali si differenziano notevolmente, in quanto gli elefanti sono organizzati in famiglie matriarcali estese, mentre la maggior parte delle specie di procavie sono solitarie o gregarie in cui un maschio dominante controlla un harem di femmine. Soltanto in poche specie esse mantengono un ordinamento familiare.

Parenti sì, ma ognuno con le proprie abitudini!

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di Gianni Bauce (Quaderno n°9 - Dicembre 2012)

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Mantide religiosa (Mantis religiosa Linnaeus)Una mosca fastidiosa che ci ronza intorno, il prurito della puntura d'una zanzara, uno scarafaggio in cucina: che schifo gli insetti, piccoli animali inutili e fastidiosi!
Quante volte in un momento di esasperazione lo abbiamo pensato? Probabilmente tante, ed ogni volta abbiamo commesso un grande errore di valutazione.
Sono per la maggior parte piccoli, apparentemente fragili, spesso fastidiosi e non sembrano avere altra utilità che importunarci, invece ricoprono un ruolo fondamentale per l'intero pianeta.
Gli insetti appartengono al phylum degli artropodi, un super gruppo di invertebrati dotati di esoscheletro, zampe articolate e quasi sempre di ali. Oltre il 64% degli esseri viventi de globo (piante incluse) appartiene agli artropodi e il 56,3% sono insetti (i vertebrati sono soltanto il 2,7%). E' facile calcolare che se gli insetti scomparissero improvvisamente, perderemmo più della metà delle forme viventi del pianeta!
Oggi si conoscono circa 1.137.900 specie diverse di artropodi, tra le quali 1.007.700 sono esapodi (artropodi "a sei zampe", la super classe a cui appartengono gli insetti) e ben 1.000.000 sono insetti. Si suppone però che almeno altri quattro milioni di specie non siano ancora state classificate!
All'interno di questa esorbitante varietà di specie, il numero di individui è altrettanto impressionante: si stima che sul pianeta vivano in media dieci miliardi di miliardi (10.000.000.000.000.000.000) di insetti, una cifra difficile non soltanto da immaginare, ma anche da scrivere.

(Esempio di Trilobite)TrilobiteL'origine di questi animali risale ad epoche antichissime, quando i primi trilobiti, artropodi primitivi, si avventurano dalle acque dell'oceano fin sulla terraferma, circa 420 milioni di anni fa (più o meno nello stesso periodo in cui si stava formando la Table Mountain) per sfuggire ai predatori marini e cercare nuove risorse. Quando durante il periodo Carbonifero le piante terrestri subirono un'impennata nella diversificazione, questi artropodi pionieri iniziarono a trovare sempre maggiori risorse alimentari e ambientali, così che anch'essi iniziarono ad evolversi e diversificarsi in un numero impressionante di specie. Tra essi, quelli che ebbero maggior successo evolutivo furono proprio gli insetti, alcuni dei quali sono giunti fino ai nostri giorni praticamente senza mutazioni, come dimostrano per esempio i calchi fossili di libellule preistoriche risalenti a 250 milioni di anni fa, praticamente identiche alle moderne libellule.
Non bastano però origini antiche e grandi capacità per porre questi animali sotto una luce diversa agli occhi dell'uomo, che li ritiene spesso responsabili di malattie, distruzione dei raccolti ed epidemie tra il bestiame domestico. In effetti, questi pregiudizi non sono infondati, basti pensare che il 20% dei raccolti nel mondo viene divorato da insetti vegetariani e quasi il 18% della popolazione mondiale è affetta da malattie trasmesse da insetti.
Ma senza di loro si spezzerebbe la catena alimentare alla quale l'uomo stesso è legato indissolubilmente. La trasformazione dell'energia solare in sostanze nutritive è il primo anello della catena, e gli unici esseri viventi in grado di operare questo processo sono le piante attraverso la fotosintesi. Ma immediatamente dopo troviamo gli insetti vegetariani che delle piante si nutrono, trasformando così i carboidrati in proteine ed andando a nutrire la maggioranza degli animali non vegetariani, dagli anfibi ai rettili, dai pesci agli uccelli, agli stessi mammiferi. Questi a loro volta nutriranno altri carnivori più grandi e così via, formando, anello dopo anello, l'intera catena. Si pensi che anche la prole degli uccelli vegetariani viene nutrita a base degli stessi insetti dai genitori fino allo svezzamento, garantendole così l'apporto di proteine indispensabile alla crescita.

(Coccinella)CoccinellaSe tutto ciò non bastasse a migliorare la considerazione di noi umani verso questi piccoli animali, si pensi allora al contributo che molte specie di insetti predatori forniscono al naturale controllo dei parassiti: la coccinella, per esempio, è un implacabile predatore degli afidi che infestano molte nostre piante. Circa un quarto delle specie di insetti preda altri insetti e in molte coltivazioni biologiche gli insetti predatori sostituiscono efficacemente i pesticidi.
Come non menzionare poi i milioni di insetti impollinatori attraverso i quali le piante si riproducono? Senza di essi perderemmo una parte considerevole delle nostre risorse alimentari, mettendo a rischio l'esistenza stessa della nostra specie. E non dimentichiamo la seta prodotta dai bachi o il miele delle api, insieme a decine di altri oli ed essenze derivate dagli insetti che non riusciremmo a produrre altrimenti.
Infine, molti insetti, come per esempio lo scarabeo stercorario, contribuiscono alla ritrasformazione dei detriti organici in nitrati, i quali verranno a loro volta trasformati dalle piante in carboidrati.
Gli insetti, quindi, si possono considerare a pieno diritto un elemento fondamentale per l'equilibrio della maggior parte degli ecosistemi del pianeta.

(Larva di Colimbrasia belina in natura e in cucina)Mopane wormMa se ancora sussistesse qualche dubbio sulla loro utilità, si pensi a come in molte regioni del globo essi costituiscano la base della dieta umana, sotto forma di cibo largamente disponibile e da consumare direttamente. Molte popolazioni infatti si nutrono di cavallette, larve, termiti; la larva arrostita di Colimbrasia belina, per esempio, è consumata in buona parte dell'Africa sotto il nome di "mopane worm", mentre sul lago Malawi, in alcuni periodi dell'anno sulle acque del lago si formano immense nubi di moscerini (tanto dense da oscurare il sole) che i pescatori catturano utilizzando secchielli inumiditi come fossero retini da farfalle, per poi ridurli in una poltiglia dalla quale, previa cottura sulla pietra, si ottengono ottimi e nutrienti "hamburger"!

Infine, non è noto a tutti quanto gli insetti, in barba alle loro minute dimensioni, abbiamo influenzato pesantemente il corso della storia umana.
Uno stormo di locuste formato da milioni e milioni di individui può divorare anche 100.000 tonnellate di cibo in un solo giorno e nella storia si contano ben più d'una carestia, attribuibile a questi insetti, tale da aver spazzato via intere economie e società.
Durante la campagna di Russia del 1812, l'esercito di Napoleone fu decimato da un'epidemia di tifo trasmessa dai pidocchi, mentre la febbre gialla, trasmessa da una zanzara, bloccò per ben quindici anni i lavori di costruzione del canale di Panama, dopo aver mietuto quasi 20.000 vittime tra operai, tecnici e ingegneri.
Durante la Seconda Guerra Mondiale il numero di morti causati da malattie trasmesse da insetti è stato circa il doppio dei morti causati dalle attività belliche, con devastante impatto sull'economia e la struttura sociale di intere nazioni.
Nella cosiddetta "fascia della mosca" (la zona geografica dell'Africa in cui è presente la mosca Tsetse, responsabile della trasmissione della tripanosomiasi o "malattia del sonno") l'uomo non è mai riuscito ad introdurre il bestiame domestico, particolarmente vulnerabile all'aggressione di questo insetto, permettendo alla fauna selvatica di sopravvivere nel proprio ambiente naturale. Senza l'involontario contributo della mosca forse avremmo perso molte specie animali africane.

(Anopheles)AnophelesIn ultimo, ma non certo per importanza, la zanzara anofele, responsabile della trasmissione della malaria, uccide nel mondo circa 300 persone ogni ora.

Forse, dopo questa riflessione sul potere esercitato dagli insetti sulla nostra società, questi piccoli animali non ci saranno più simpatici, ma perlomeno li osserveremo con più rispetto di prima.

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di Gianni Bauce (Quaderno n°8 - Novembre 2012)

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00Cavarsela da soli nella vita è sempre un gran bel problema ed è innegabile che associarsi per fornirsi aiuto reciproco rende migliori le condizioni di vita. Così, la natura ha previsto che gli esseri viventi si aggreghino per sfruttare meglio le risorse e ottenere più chance di sopravvivenza.
Individui di una stessa specie si aggregano formando popolazioni con organizzazioni sociali più o meno complesse, dalla colonia di formiche alla mandria di bufali (aggregazione intraspecifica), ma l’evoluzione naturale si è spinta oltre, promuovendo una sorta di “società a responsabilità limitata” i cui soci appartengono a specie diverse o addirittura a regni diversi (aggregazione interspecifica). Questa collaborazione tra soci eterogenei viene detta simbiosi che tra gli esseri viventi può apparire sotto diverse forme.

(Due frequenti compagni: elefante e airone guardabuoi (Bubulcus ibis))Elephant and egretIl commensalismo è la forma di simbiosi per la quale una popolazione trae beneficio dalla collaborazione mentre l’altra non subisce alcun danno. L’esempio più comune in Africa è costituito dall’airone guardabuoi (Bubulcus ibis) che si associa coi grandi ungulati come il bufalo o l’elefante. Questi ultimi, spostandosi nelle praterie disturbano piccoli anfibi, rettili e invertebrati nascosti tra l’erba i quali uscendo allo scoperto divengono facile preda dell’airone. L’airone guardabuoi approfitta dei suoi soci inconsapevoli traendo un grande vantaggio nell’usarli come un cacciatore usa il proprio cane per far alzare in volo il fagiano. Gli ungulati, invece, non ottengono né beneficio né danno da questo rapporto, ma il servizio che rendono all’airone non comporta per loro alcun dispendio aggiuntivo di energie.

(Una bufaga beccorosso (Buphagus erythrorhynchus) alla ricerca di zecche sul dorso di una zebra)Zebra and oxpeckerCon il termine mutualismo, invece si intende un rapporto più complesso che vede la collaborazione reciproca con vantaggi per entrambe le specie. La giraffa e la bufaga per esempio traggono dalla convivenza un vantaggio a doppio senso di marcia: l’ungulato, tollerando la presenza dell’uccello su di se, si ritrova ripulito dalle zecche, mentre l’uccello può banchettare indisturbato assicurandosi la razione giornaliera di cibo. Anche le api e la vegetazione fiorita si scambiano favori reciproci: le prime si nutrono del nettare messo a disposizione dalle inflorescenze, mentre le piante ottengono dagli insetti un efficace veicolo per l’impollinazione. Un po’ meno evidente e conosciuto è il rapporto di commensalismo che esiste tra gli erbivori ruminanti e i batteri del loro apparato digerente. I batteri presenti nel rumen vivono disgregando il cibo ingerito dai ruminanti, trasformandolo in modo da consentire l'assorbimento delle sostanze nutrive. Ma meno noto è l’apporto che i batteri con i loro continui cicli vitali forniscono al loro ospite:  i batteri morti, infatti, vengono a loro volta digeriti fornendo un importante apporto proteico.

(Afidi del sambuco (Aphis sambuci))
AphidNon sempre, tuttavia, il rapporto di simbiosi ha effetti positivi. Nel caso del parassitismo, infatti, soltanto una delle due specie coinvolte trae vantaggio, mentre l’altra ne ottiene un danno. Nel mondo vegetale vi sono molti esempi di piante parassite che utilizzano le risorse di altre piante a loro danno. Alcuni insetti sono parassiti delle piante che li ospitano e nel mondo animale il caso più comune è quello della zecca, un aracnide che vive tutta la vita su uno o più ospiti (a seconda delle specie) nutrendosi del suo sangue. L’ospite può contrarre infezioni e indebolirsi fino alla morte, anche se generalmente un grosso erbivoro in salute può ospitare senza grandi problemi qualche migliaio di zecche. Una sottile differenza separa il parassitismo da un’altra forma di simbiosi, la predazione. Anche nella predazione una specie trae vantaggio e l’altra svantaggio, ma la specie svantaggiata soccombe sempre, come nel caso delle zebre e dei leoni. Questi ultimi si spostano seguendo le zebre che costituiscono il loro cibo e la zebra predata viene uccisa per divenire nutrimento. Accade tra predatori ed erbivori, ma anche tra erbivori e piante di cui si nutrono. In entrambi i casi il singolo individuo della specie svantaggiata muore, ma la specie può trarre a lungo andare svantaggio o vantaggio. Una eccessiva predazione di una popolazione di erbivori al limite della soglia critica può determinarne l’estinzione nell’area, anche se in genere i carnivori sono un marginale elemento di controllo. Alcune specie erbose traggono vantaggio dall’azione degli erbivori anche in caso di “overgrazing”, altre invece possono soccombere.

(A sinitra una leonessa trascina la sua preda e a destra Hyobanche sanguinea, pianta parassita molto diffusa in Africa australe)LionessNel mondo vegetale l’antibiosi viene usata da alcune piante per prevenire la crescita di altre, in modo da monopolizzare le risorse del terreno in cui crescono, come nel caso per esempio delle conifere, sotto le cui chiome non crescono altre piante. E’ questo un modo per conquistare con la forza la propria nicchia e sopravvivere. Nel mondo animale, un fenomeno molto simile è la competizione, che può avvenire tra individui della stessa specie (intraspecifica) e tra specie diverse (interspecifica), per contendersi le risorse di una determinata nicchia.

Insomma, avere un socio può portare dei vantaggi, ma bisogna sceglierlo con attenzione per non restare in braghe di tela.

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di Gianni Bauce (Quaderno n°7 - Ottobre 2012)

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Olive wipe snakeIn natura esistono centinaia di specie animali che utilizzano sostanze tossiche come arma di offesa e difesa: anfibi, rettili, insetti, aracnidi, pesci, ma quando si parla di creature velenose, il più evocativo tra tutti è sempre e soltanto il serpente.
I serpenti sono rettili appartenenti all’ordine degli Squamata e al sottordine dei Serpentes, la cui caratteristica più evidente è l’assenza di arti. Tra tutte le creature velenose del pianeta non sono né i più letali, né i più pericolosi, eppure dai tempi biblici di Adamo ed Eva fino alla moderna Hollywood di Spielberg, passando per l’Egitto di Cleopatra, il serpente è sempre stato il sinistro protagonista portatore di insidia e di morte.
In Africa australe sono presenti 143 specie di serpenti, delle quali soltanto 37 possiedono zanne e veleno tale da causare sintomi clinici. Tra queste, solo 11 sono velenose per l’uomo. Sono animali schivi, difficili da incontrare, eppure continuano ad essere in cima alla classifica delle creature che più ci terrorizzano e contemporaneamente ci affascinano.

(A sinistra: Mamba nero (Dendroaspis polylepis). A destra: una coppia di Boomslang (Dispholidus typus)) mamba and twin boomslangNel corso dell’evoluzione, alcuni di questi rettili hanno sviluppato ghiandole capaci di produrre veleno e zanne adatte ad inocularlo, per riuscire ad immobilizzare, uccidere, quindi inghiottire le loro prede. Questa stessa micidiale attrezzatura è utilizzata anche per difendersi dagli aggressori o dissuaderli efficacemente.
Delle quattro famiglie presenti in Africa, soltanto tre (Colubridi, Elapidi e Viperidi) possiedono zanne velenifere. La quarta, quella del Boidi, è costituita dai costrittori, rappresentata in Africa dal pitone delle rocce (Python sebae natalensis). Questi serpenti non possiedono zanne e ghiandole velenifere e la loro dentatura, corta ed affilata, è adattata ad afferrare la preda durante l’attacco fulmineo. In seguito, il rettile si avvolge in spire attorno alla vittima, serrando progressivamente la morsa. Questa micidiale stretta determina nella preda la costrizione dei vasi sanguigni e il conseguente arresto cardiaco, oppure semplicemente la morte per soffocamento.

(Da destra a sinistra: zanne velenifere negli elapidi, viperidi e colubridi)Families fangsCiascuna delle altre famiglie, invece, ha sviluppato differenti veleni e metodi di inoculazione.
Nei Viperidi le zanne velenifere sono retrattili e collocate frontalmente sulla mascella superiore. Il veleno prodotto è composto da cocktail prevalentemente citotossico che agisce sui tessuti della vittima provocando necrosi e distruzione dei vasi sanguigni. Agisce lentamente, provocando forte dolore e nell’uomo, spesso la morte avviene per l’insorgere di infezioni secondarie. A questa famiglia appartengono, tra gli altri, la vipera soffiante (Bitis arietans arietans), la night adder (Causus rhombeatus) e la vipera del Gabon (Bitis gabonica).
Nella famiglia degli Elapidi le zanne velenifere sono fisse e collocate frontalmente nella mascella superiore. Il veleno è un cocktail prevalentemente neurotossico che agisce sul sistema nervoso causando paralisi progressiva e conseguente blocco cardiorespiratorio. Questo tipo di veleno provoca poco dolore, ma è rapido e spesso letale. Agli Elapidi appartengono i cobra (genere Naja), il mamba nero (Dendroaspis polylepis) e il mamba verde (Dendroaspis angusticeps).

(Vipera del Gabon (Bitis gabonica))gabon adderI Colubridi sono in genere serpenti arboricoli le cui zanne velenifere sono fisse e collocate posteriormente sulla mascella superiore, in grado di inoculare veleno emotossico che agisce sul sangue provocando emorragie diffuse. A causa della posizione arretrata delle zanne, quando infliggono il loro morso, questi serpenti sembrano “masticare” la preda per il tempo occorrente ad inoculare il veleno. Il boomslang (Dispholidus typus typus) e il twig snake (Thelotornis capensis) sono i membri più conosciuti di questa famiglia.
All’interno di ciascuna famiglia esistono tuttavia delle interessanti eccezioni, per le quali alcune specie hanno seguito un percorso evolutivo differente. Nel caso della vipera del Berg (Bitis atropos), per esempio, il veleno prodotto è prevalentemente neurotossico, nonostante il serpente appartenga ai Viperidi. Ciò è probabilmente il risultato di un adattamento ambientale di questo serpente che, vivendo sulle pareti rocciose delle montagne, si è trovato a fare i conti con la lentezza d’azione del veleno citotossico il quale consentiva alle prede colpite di allontanarsi quel tanto da risultare non più raggiungibili o, morendo, precipitare negli strapiombi. Il veleno neurotossico, ad azione più rapida, risulta invece più efficace in questo tipo di ambiente.

(A sinistra: Cobra comune meridionale (Naja annulifera). A destra: il getto di veleno di un Cobra del Mozambico (Naja mossambica))snouted cobra and mfeziTra i cobra invece, alcune specie hanno modificato il canale velenifero delle proprie zanne per sviluppare un valido sistema di difesa. Il canale che corre all’interno della zanna, invece di sbucare in prossimità della punta piega ad angolo retto verso la parte frontale, poco oltre la metà della zanna, permettendo di spruzzare il veleno frontalmente. Sono questi i cobra detti “sputatori”, capaci di spruzzare il proprio veleno direttamente negli occhi di un eventuale aggressore, accecandolo temporaneamente e guadagnando così preziosi istanti per fuggire. Ma il veleno neurotossico degli Elapidi non avrebbe effetto sui tessuti dell’occhio, così i cobra sputatori hanno trasformato il loro veleno in un cocktail prevalentemente citotossico, capace di aggredire i tessuti e causare estremo dolore.

(Il fascino del letale mamba nero dietro il vetro di una teca)amazed by mamba

Al di là del terrore che questi straordinari animali scatenano in noi, essi sono creature straordinarie che non finiscono mai di stupirci e (forse anche a causa della loro aurea sinistra) di affascinarci più di ogni altro animale.

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di Gianni Bauce (Quaderno n°6 - Settembre 2012)

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04Quante volte abbiamo assistito ad una scena del genere meditando sulla quantità di energie spese dai genitori per proteggere i loro piccoli? In ogni specie la cura e la sopravvivenza dei piccoli è una priorità imprescindibile e nelle specie territoriali lo svolgimento di questa attività esclusivamente all'interno del territorio piuttosto che nell'intero home-range ne dimostra l'estrema importanza.

Ma talvolta l'evoluzione di alcune specie, nel tentativo di proteggere la propria discendenza si è spinta oltre, elaborando strategie originali.

Per esempio la precocità, ovvero l'indipendenza del neonato dalla madre già durante le prime ore di vita, è una strategia efficace che consente al cucciolo di sfuggire ai predatori, rendendolo meno vulnerabile. I piccoli di gnu, a poche ore dal parto sono già in grado di correre accanto alla madre, come pure tra i Lagomorfi, le lepri danno alla luce piccoli precoci.

(A sinistra, piccolo di ghepardo (Acinonyx jubatus) e a destra, un piccolo di giraffa)02Le mamme giraffa, invece, vengono spesso scambiate per madri snaturate che abbandonano da soli i loro piccoli per molto tempo, brucando foglie a decine di metri di distanza. In realtà esse mantengono sempre un perfetto contatto visivo grazie alla loro altezza, sorvegliando attentamente i propri cuccioli. I piccoli, invece, restano a lungo immobili per risparmiare energie e privilegiare la crescita corporea. Le giraffe adulte, infatti, grazie alle loro dimensioni ed alle potenti zampe in grado di scalciare pericolosamente, hanno ben pochi nemici. Anche i leoni, se possibile, cercano di evitarle e soltanto branchi numerosi ed altamente specializzati riescono a condurre con successo la caccia a questi grandi ungulati. I piccoli, invece, sono molto vulnerabili ed è quindi fondamentale per loro raggiungere il più rapidamente possibile le dimensioni che permetteranno loro di dissuadere i predatori e sfuggirgli. Il risparmio energetico è quindi un'originale strategia delle piccole giraffe per cercare di sopravvivere al periodo di più alta vulnerabilità della propria esistenza.

Abbiamo già trattato nel “quaderno natura N°1” la singolare strategia dei ghepardi, ma essa è tanto originale da meritare un posto anche in questo articolo. I piccoli di ghepardo infatti, anche grazie alla sviluppata criniera dorsale, assomigliano incredibilmente al tasso del miele, un mustelide aggressivo e tenace, dal quale anche predatori come i leoni preferiscono tenersi alla larga. Un piccolo di ghepardo visto in lontananza tra l'erba può essere scambiato facilmente per questo scontroso inquilino della boscaglia e perciò evitato.

(A sinistra, allattamento di un puku (Kobus vardonii) e a destra, allattamento di un elefante (Loxodonta africana))03A volte, lo sforzo per proteggere i propri piccoli ha dello straordinario, come accade per gli impala.

In Africa australe, le femmine di questa specie di antilope partoriscono ad ottobre all'arrivo delle piogge per garantire ai propri cuccioli erba alta che possa nasconderli facilmente ai predatori. Se le piogge tardano, esse sono addirittura in grado di ritardare il parto. 

Anche sott'acqua ci si ingegna: la tilapia, un pesce della famiglia dei Cichlidae, dopo aver deposto le uova le raccoglie nella propria bocca custodendole al sicuro dall'attacco dei predatori.

Talvolta lo sforzo non è soltanto teso a difendere i propri piccoli dai predatori, ma le femmine si trovano a dover fare i conti anche con nemici interni. Nelle antilopi organizzate in harem, i maschi dominanti tendono a scacciare dal branco i giovani maschi prossimi alla maturità sessuale, perché potenziali rivali. L'isolamento dal branco (anche se questi giovani erranti si organizzano in piccoli gruppi di scapoli) ne aumenta la vulnerabilità. Così, secondo molti studiosi, la presenza delle corna anche nelle femmine di alcune specie (generalmente più piccole di quelle dei maschi) non è altro che il risultato evolutivo del tentativo di confondere il maschio dominante, il quale in tal modo può facilmente scambiare un giovane per una femmina e pertanto tollerarlo all'interno del branco.

(A sinistra una Tilapia e a destra, un cucciolo di iena (Crocuta crocuta))04Alcuni genitori, invece, si prendono cura della propria prole in modo un po' particolare o per meglio dire “non se ne prendono cura”, preferendo affidarla ad altri “inconsapevoli” genitori adottivi. E' il cosiddetto “parassitismo della prole”, comportamento adottato nel mondo degli uccelli da molte specie di cuculo, di indicatore e di vedova. Questa strategia consiste nel depositare il proprio uovo nel nido di qualche altro uccello ed abbandonarlo alla cova del proprietario, che inconsapevolmente lo porterà fino alla schiusa e si occuperà del neonato fino allo svezzamento. Ciascun parassita di covata sceglie accuratamente i genitori adottivi della sua prole, deponendo l'uovo soltanto nei nidi di alcune precise specie, ad esempio il cuculo africano (Cuculus gularis) depone soltanto nei nidi di drongo codaforcuta (Dicrurus adsimilis), mentre l'indicatore golasquamata (Indicator variegatus) sceglie nidi di picchio cardinale (Dendropicos fuscescens) o picchio codadorata (Campethera abingoni).

Ma c'è un aspetto che accomuna tutti i cuccioli degli animali superiori: l'aspetto grazioso e tenero.

Non è una casualità che la vista un qualsiasi cucciolo, anche quello di una iena, ci intenerisca. L'aspetto dei cuccioli è il risultato dell'evoluzione che ha prodotto tratti somatici tali da inibire l'aggressività di coloro che vengono a contatto col piccolo. Ciò non significa che un predatore evita i cuccioli di una preda o di un competitore perché intenerito dal loro aspetto, ma l'inibizione dell'aggressività è comunque presente e in piccola percentuale collabora alla dissuasione dell'aggressore, quindi alla sopravvivenza del cucciolo regalandogli una chance in più.

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