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Il fiume scorre placido nel fondovalle, mentre il sole del pomeriggio arroventa l’aria. Là dove la foresta degrada dolcemente verso il margine, due grossi erbivori pascolano brucando l’erba dura e gialla dell’inverno. Sono apparentemente rilassati. Non sano che ogni loro movimento è seguito dai freddi occhi di un predatore.

Uno degli erbivori solleva il collo, scruta la prateria, poi la sete lo vince e scende al fiume. Indugia sospettoso, ma infine il collo si abbassa e la bocca scende verso l’acqua.

È quello che il predatore aspettava da tempo. La pupilla di rettile, sottile e allungata, non perde un attimo di vista la preda. Le sue zampe artigliano la sabbia, poi il predatore muove qualche passo; l’enorme e possente coda irta di scaglie da drago striscia sinuosa lasciando sulla sabbia una lunga traccia sinistra. Senza quasi emettere rumore, il rettile scivola in acqua: prima il muso con le fauci armate di mostruosi denti aguzzi, poi il corpo con la grossa corazza squamosa e infine anche la lunga coda scompare sotto il pelo dell’acqua scura. Soltanto una lieve scia a forma di freccia increspa la superficie del fiume. Una freccia che punta diritta verso l’ignaro erbivoro all’abbeverata.

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Questa è una storia singolare, che giunge dal profondo dell'Africa, dove gli animali vagano ancora liberi nelle praterie punteggiate di alberi di msasa. E' una storia strana, al limite dell'incredibile, ma è una storia vera.

È la storia di Nzou, l'elefantessa, che venne chiamata così per ricordarle che era un elefante (Nzou in KiShona significa “elefante”), ma senza successo. Lei, infatti, voleva essere un bufalo.

Nzou aveva perso la madre e si era separata dal branco perché, nonostante le dimensioni, la proboscide, le zanne e le grandi orecchie, lei si sentiva un bufalo. Lo desiderava così tanto che iniziò a vagare per la boscaglia in cerca di una mandria di questi neri ruminanti a cui unirsi per iniziare una nuova vita con loro.

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di Gianni Bauce (Quaderno n°8 - Settembre 2013)

La Fadogia ancylantha, comunemente chiamato makoni o bush-tea, è una pianta erbacea perenne che cresce in Zimbabwe, in particolare sugli altopiani orientali, germogliando nuove foglie nei mesi di ottobre e novembre, con l'arrivo delle piogge. Un tempo utilizzata dalle popolazioni rurali per produrre una bevanda simile al té, oggi viene adoperata come tisana dalle molteplici proprietà.

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di Gianni Bauce (Quaderno n°7 - Luglio/Agosto 2013)

Archivio Quaderni della natura>>

"La foresta è un’entità omogenea, umida e piena di vita ed è qui che la montagna è più generosa d’acqua. Parte di quest’acqua proviene direttamente dalle nevi perenni della cima, incanalata nei torrenti che scendono a valle, ma la maggior quantità ha origine proprio nella fascia di foresta montana dove le nuvole si addensano per effetto dell’altitudine dando origine a frequenti precipitazioni.
La coltre di nuvole è un formidabile schermo per i raggi solari e ostacola l’evaporazione dell’acqua, così che essa in parte alimenta la vegetazione rigogliosa e in parte viene assorbita dal terreno, incanalandosi nelle fessure e nelle porosità della roccia lavica, dalla quale più a valle sgorgano le sorgenti.
(Cespuglio di Stoebe e infiorescenza di Kniphofia)

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di Gianni Bauce (Quaderno n°6 - Giugno 2013)

La vita in natura è difficile e per riuscire a sopravvivere non basta svolgere bene il proprio compito. A volte serve anche un po' di astuzia e un pizzico di inganno.

Ce lo raccontano moltissime creature che per scopi diversi e in diverse fasi della loro vita si affidano all'inganno.

Lo fanno i predatori utilizzando non solo il mimetismo delle loro pigmentazioni, ma anche una gran varietà di trucchi fantastici per non farsi scorgere dalle prede o per attirarle.
Il twig-snake (Thelotornis capensis), un serpente arboricolo della famiglia dei colubridi che predilige nutrirsi di camaleonti usa la sua colorazione mimetica per confondersi con i rami degli alberi e la lingua di un brillante colore giallo arancio per attirare le prede, che quando giungono a portata di “tiro” vengono fulminate dal suo veleno emotossico.

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