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di Gianni Bauce (Quaderno n°7 - Luglio/Agosto 2013)

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"La foresta è un’entità omogenea, umida e piena di vita ed è qui che la montagna è più generosa d’acqua. Parte di quest’acqua proviene direttamente dalle nevi perenni della cima, incanalata nei torrenti che scendono a valle, ma la maggior quantità ha origine proprio nella fascia di foresta montana dove le nuvole si addensano per effetto dell’altitudine dando origine a frequenti precipitazioni.
La coltre di nuvole è un formidabile schermo per i raggi solari e ostacola l’evaporazione dell’acqua, così che essa in parte alimenta la vegetazione rigogliosa e in parte viene assorbita dal terreno, incanalandosi nelle fessure e nelle porosità della roccia lavica, dalla quale più a valle sgorgano le sorgenti.
(Cespuglio di Stoebe e infiorescenza di Kniphofia)

 

Alberi, fronde e arbusti occupano ogni spazio vitale divenendo un’unica intricata struttura dipinta con infinite modulazioni di verde, attraverso la quale la luce filtra a malapena. Il sentiero diventa via via più stretto, attraversato dalle nerborute radici degli alberi che formano gradini naturali, si insinua serpeggiando tra la vegetazione che su di esso si inchina intrecciandosi in una sorta di galleria. Sul terreno, dove non arriva abbastanza luce per consentire alle piante di crescere, si ammassano detriti vegetali d’ogni tipo: foglie, rami caduti, tronchi crollati e mentre i rampicanti scalano i fusti nella loro strenua corsa verso la luce serpeggiando sinuosi tra grossi funghi a ventaglio aggrappati alle cortecce, i muschi ricoprono ogni cosa, viva o morta che sia, con un manto vellutato (...).

In questa foresta da fiaba che pare abitata da folletti, fate e streghe, gli alberi di sicomoro, Olea, Nuxia e Mitragyna si elevano altissimi verso la volta, mentre ai loro piedi le felci preistoriche crescono fino a sei metri di altezza tra i tronchi di Agauria dalla corteccia rossa. Dai rami degli alberi, licheni del genere Usmea, pendono come la barba ingrigita di un vecchio, mentre i fiori arancioni di Impatients, quelli gialli di Hypericum e le candide begonie ornano come piccoli gioielli il sottobosco. Una rossa infiorescenza di Kniphofia si eleva come un candelabro sul margine del sentiero e decine e decine di altre specie vegetali (...) si susseguono lungo il cammino." (Tratto da Prima che si sciolgano le nevi, Gianni Bauce, Polaris Edizioni)
(Una Lobelia e licheni del genere Usmea)

Siamo sulle pendici della vetta più alta del continente africano, il Kibo, complesso vulcanico del Kilimanjaro e abbiamo appena attraversato la fascia di foresta pluviale montana che ne ammanta le pendici fin oltre i 3500 metri. Più in basso, la Protea kilimanjarica adorna di calici la boscaglia e più a valle banani e manghi stendono un tappeto di smeraldo ai piedi del Kilimanjaro. Oltre i 3600 metri di quota, invece, gli alberi di olea divengono sempre più bassi sino a raggiungere le dimensioni di un arbusto, per far fronte alle condizioni più rigide e aride del clima. Oltre i 4000 metri, soltanto poche piante riescono a sopravvivere, limitando le dimensioni ed escogitando strategie per limitare la perdita di acqua: fiori dai petali sottili e compatti, foglie piccole, spesso ricoperte da fine peluria. Ma nonostante il clima rigido, dietro ogni angolo si incontra un fiore: un Hypericum revolutum dai colori brillanti, i piccoli fiori bianchi della Philippia excelsa, le foglie argentate della Stoebe kilimandsharica, il lilla di una Scabiosa columbaria o l'esplosione rosa di un Helichrysum kilimanjari. Questo è il regno dei Seneci, dalle folte chiome che paiono teste di guerrieri piumati e dagli alti tronchi rivestiti dalle foglie morte, che invece di cadere formano una sorta di "pelliccia" a protezione della pianta. La lobelia, dallo stelo ricoperto di foglie che pare il colbacco della Guardia Reale Inglese e dal fiore blu che la pianta mostra una sola volta prima di morire.
(Le tre fasi di un fiore di Protea)

A quota 5000 e oltre, soltanto più i licheni sopravvivono al clima artico della montana, ma sono loro a contribuire alla disgregazione delle rocce e alla conseguente formazione del suolo, primo gradino della colonizzazione della vita.
Ma anche qui, dove pare non crescere più nemmeno un filo d'erba, negli anni '60, sul bordo della fumarola orientale, a 5670 metri di quota, fu ritrovata una piccola pianticella di Helichrysum newii, "rannicchiata come un alpinista sorpreso dalla tempesta che si richiude nel bavero della sua giacca a vento" (Prima che si sciolgano le nevi, G. Bauce, Polaris edizioni), ma tenacemente viva e vegeta, al cospetto della vetta d'Africa.

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