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Un posto controverso nel mondo di queste organizzazioni lo occupa ALERT (www.lionalert.org), con il suo programma Lion Encounter, attraverso il quale si prefigge di ripopolare aree dove il leone è scomparso, reintroducendo leoni riprodotti in cattività. ALERT è presente in Zimbabwe a Gweru e Victoria Falls e in Zambia a Livingstone, mentre una nuova unità è di prossima apertura in Kenya nell'area del Masai Mara. Il programma prevede quattro fasi distinte. Nella prima, i leoni provenienti dai centri di riproduzione, poco più che cuccioli, vengono impiegati nelle attività di “lion walking”, nelle quali i turisti possono camminare nella boscaglia a fianco dei leoni, sotto la sorveglianza di personale addestrato.

Queste attività hanno lo scopo di raccogliere fondi per finanziare le altre tre fasi del progetto, nelle quali generazioni successive di leoni acquisteranno progressiva indipendenza e impareranno a procacciarsi il cibo in modo autonomo, fino al rilascio in libertà, previsto al termine della fase quattro. Il progetto coinvolge anche un cospicuo e costante flusso di volontari paganti provenienti da Europa, Canada e Stati Uniti che trascorrono un periodo di quattro settimane lavorando a contatto con i leoni.

La controversia è dovuta al fatto che molti esperti considerano ALERT e il progetto Lion Encounter semplicemente un'efficace manovra promozionale per il lucroso business del volontariato pagante e delle passeggiate coi leoni, ritenendo che in realtà non sia di gran utilità alla reintroduzione del leone nelle aree in cui è scomparso. Lo stesso scetticismo accumona molti esperti e conservazionisti: la Cats Specialis Group della I.U.N.C., ad esempio, sostiene che “il rilascio in natura di leoni allevati in cattività non ha successo e i programmi commerciali di reintroduzione sono semplici paravento che non hanno nulla a che fare con la conservazione” e nella relazione di Luke Hunter (Panthera) pubblicata sulla rivista Oryx, si sottolinea l'inutilità dei leoni riprodotti in cattività per i progetti di reintroduzione, mentre si caldeggia l'unica alternativa valida, costituita dalla rilocazione di esemplari selvaggi, molto più adatti a sopravvivere nella vita in natura.

In effetti, dall'inizio del progetto ALERT Lion Encounter, avvenuto nel 2005, nessun leone è mai stato reintrodotto in libertà. “Negli anni successivi al 2005, lo Zimbabwe è stato colpito da una drammatica crisi socio-economica,” racconta una guida della riserva dove ha sede ALERT, “Non c'erano più soldi per continuare il programma e tutto è rimasto congelato fino al 2008. Ma ora il programma è ripartito e a Marzo del 2014 è prevista l'attuazione della prima fase quattro nella storia di ALERT.” Purtroppo il programma è fallito ancora, pare per difficoltà nell'ottenimento delle autorizzazioni necessarie alla reintroduzione (problema comune a molte altre organizzazioni) e a Luglio 2105 ancora nessun leone è stato liberato in natura. ALERT, tuttavia, tiene duro, continuando a fornire resoconti dettagliati sull'attività e una sorta di “carta di identità” per ogni leone del programma, in modo tale che il suo percorso sia tracciabile, smentendo le insinuazioni sulla vendita di leoni alle riserve di caccia.

Ma nel mondo della conservazione rimane il sospetto che, come accade per molte organizzazioni, la conservazione sia soltanto un'esca per attirare clienti nell'attività turistica. «Certo che interagire con i leoni docili è un'esperienza unica, ma non è conservazione...“ dice Matthew Becker, responsabile dello Zambian Carnivore Programme, “Lo Zambia non ha bisogno di leoni allevati in cattività, ma invece di una maggiore protezione delle sue popolazioni selvatiche e degli ecosistemi. Aiutare i leoni sostenendo i classici safari a piedi che si fanno nelle nostre magnifiche aree protette, questo è vero e proprio il cammino con i leoni».

Anche Paula White, direttrice dello Zambia Lion Project dell'università della California, afferma che se le risorse dirottate verso questo tipo di business si rivolgessero ai programmi di ripopolazione e conservazione sostenuti scientificamente, i leoni godrebbero di migliore salute.

Ma nel visionario e genuino tentativo di riportare alla vita selvaggia i leoni nati o cresciuti in qualche modo in cattività, qualcuno nella storia della conservazione ha lasciato un segno indelebile e sarebbe un'imperdonabile mancanza non menzionare George Alexander Graham Adamson, “Baba ya simba” (“Il Padre dei leoni”) che riuscì perfettamente nell'esperimento mai tentato prima di reintrodurre in libertà un orfano di leone cresciuto con l'uomo. E' questa la storia di Elsa, terza di tre fratelli orfani di madre abbattuta da allevatori Kenyoti. Adamson ed Elsa divennero un simbolo della conservazione dei leoni ed anche dopo la tragica morte di George, avvenuta nell'agosto 1989, la sua opera continua. Continua con il George Adamson Wildlife Preservation Trust (www.georgeadamson.org) nato in Inghilterra per sostenere il lavoro di conservazione nel Kora National Park in Kenya. Continua con Gareth Patterson (www.garethpatterson.com), allievo di Adamson che riuscì ad “istruire” e reintrodurre in libertà Batian, Furaha e Rafiki tre splendidi cuccioli di leone rimasti due volte orfani, prima della madre, poi del padre adottivo George. Continua con Born Free (www.bornfree.org.uk), l'organizzazione internazionale che gli attori Bill Travers e Virginia McKenna crearono dopo le riprese del fil “Nata Libera”, da essi stessi interpretato, che della leonessa Elsa narrava la storia.

Ma anche in Italia ci sono piccole storie sconosciute di leoni che hanno riacquistato la libertà grazie all'amore ed alla dedizione dell'uomo o, come in questo caso, di una donna.

Kimba è una leonessa cresciuta in una gabbia di tre metri quadrati per 14 anni, costretta a dormire su un letto di escrementi e ciò non accadeva in una squallida periferia di una metropoli cinese, ma a Genova. Nel 1997, Angela Revel Chion, a capo di un piccolo manipolo di volontari, attua il salvataggio della leonessa, prestandole le opportune cure veterinarie e trasferendola nella sede inglese di Born Free, dove Kimba è sopravvissuta soltanto pochi mesi, ma nel modo più dignitoso che abbia mai conosciuto. “Stava camminando per la prima volta sull'erba, sembrava imbarazzata, ma era la prima volta che vedevo un lampo di serenità nei suoi occhi”: sono le parole che mi disse personalmente Angela, ricordando la missione.

Angela (guarda caso a volte i nomi hanno un significato...) è scomparsa lo scorso 7 febbraio, dopo una vita dedicata agli animali più sfortunati: quelli brutti, malandati, quelli che non vuole più nessuno. Ha lasciato dietro di se “Nata Libera” (nataliberait.wordpress.com), un'associazione che continua l'opera di questa straordinaria persona, anima turbolenta e infaticabile con la quale ho avuto l'onore di collaborare e alla quale, ricordandola, voglio rendere un piccolo omaggio.

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