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di Gianni Bauce (Quaderno n°3 - Giugno 2012)

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00 "Durante il regno della regina Numbi (sovrana delle terre che si estendevano lungo i fiumi Sabi e Timbavati), una sfera di luce proveniente dal cielo cadde sulla terra. La regina era vecchia e inferma, ma volle ugualmente vedere la sfera misteriosa e quando vi si avvicinò venne inghiottita dalla sua luce. Quando la sfera luminosa risputò la regina, questa apparve in salute e piena di energie. Essa raccontò di avere incontrato all'interno della palla luminosa creature risplendenti di luce che l'avevano guarita da ogni malanno, Dei o spiriti mandati in terra da qualche divinità. 
La sfera se ne tornò in cielo scomparendo e nel regno della regina accaddero fatti strani: nacquero vitelli con due teste, antilopi bianche e leoni dal manto bianco e dagli occhi verdi.”

Così narra la leggenda e da secoli i leoni bianchi sono considerati messaggeri divini dai Sangoma del Timbavati. Sebbene il primo avvistamento effettuato da un europeo sia avvenuto soltanto nel 1938, già da 400 anni in Africa australe si narrava dell'esistenza del leone bianco.

In barba agli scettici, il ricercatore Chris McBride ritrovò nel 1975 nell'area adiacente il Kruger National Park una cucciolata di leoni nella quale due piccoli erano completamente bianchi. Da allora, nei successivi anni molti altri leoni bianchi vennero avvistati nell'area del Kruger e nel 1979 addirittura ne venne avvistato uno nel parco di Hluhluwe-Umfolozi.

(A sinistra: cucciolata mista. A destra: particolare degli occhi e delle labbra del leone bianco, non presentano il colore rosso tipico dell'albinismo.)02

I leoni bianchi del Timbavati, da sempre rarissimi, non sono da considerarsi una sottospecie del leone africano e non sono neppure casi di albinismo. Contrariamente agli individui albini, infatti, i leoni bianchi non presentano il caratteristico colore rosso negli occhi e nelle labbra, ma hanno occhi verdi/azzurri come gli altri leoni dal manto fulvo. Essi appartengono alla sottospecie di leone, il leone del Kruger (Panthera leo krugeri) che normalmente presenta le stesse caratteristiche di colorazione del manto comuni alla specie Panthera leo. Il mantello bianco è dovuto ad una forma di leucismo, ovvero all'azione di un gene recessivo, il chinchilla, che inibisce la colorazione del pelo. Più semplicemente si tratta di un fenomeno analogo al melanismo che origina la variazione melanica del leopardo e del giaguaro identificata comunemente come “pantera nera”, con la differenza che in questo caso il colore risultante è il bianco. Leoni bianchi si possono ottenere dall'accoppiamento di individui bianchi, ma anche dall'accoppiamento misto o dall'accoppiamento di leoni fulvi in cui sia presente almeno in uno il gene recessivo, come nel caso della cucciolata ritrovata da McBride. In alcuni casi, con l'età il mantello si scurisce divenendo color crema o addirittura fulvo come tutti gli altri leoni.

Sebbene l'inferiorità genetica del leone bianco non sia ancora stata provata scientificamente, si suppone che la colorazione del manto svantaggi l'individuo in quanto risulta più visibile alle prede. In particolare i maschi, che non godono in genere della cooperazione esistente tra le femmine, sembrano destinati a non sopravvivere in natura. Eppure, per secoli queste creature eccezionali hanno cacciato e vissuto insiemi ai loro fratelli fulvi. Certo le osservazioni di McBride sui due cuccioli bianchi da lui ritrovati non sono confortanti; entrambi gli individui hanno sempre incontrato notevoli difficoltà nel cacciare e sopravvivere tanto che McBride decise di catturarli e collocarli in cattività.

Oggi i leoni bianchi si trovano soltanto più negli zoo e in alcune riserve private in Sudafrica, mentre l'ultimo leone bianco del Timbavati in natura fu avvistato nel 1994. La loro rarità ha sempre ingolosito i cacciatori che sono disposti a sborsare cifre astronomiche per un simile trofeo. Così, il sacro leone bianco è divenuto lo sventurato protagonista di un'industria venatoria sciagurata, quella della cosiddetta “caccia preparata”, che consiste nell'abbattimento di un esemplare allevato in cattività e messo a disposizione del cacciatore (se così vogliamo azzardarci a chiamarlo) in un'area recintata. Una sorta di tiro al piattello in cui i leoni bianchi delle riserve rappresentano gli obbiettivi più ambiti. Purtroppo il destino di questa varietà (che alcuni scienziati hanno addirittura candidato a sottospecie) non è roseo e molte associazioni si stanno mobilitando per difenderla, tanto che il Governo Sudafricano ha emanato nel 2008 un decreto che vieta la “caccia preparata”. Peccato che il leone sia escluso da questo provvedimento: il business è ancora troppo potente.

(A sinistra: cuccioli in una riserva sudafricana. A destra: la regalità di un maschio bianco del Timbavati.)01

In prima fila tra le associazioni in difesa del leone bianco si trova la Global White Lion e lo stesso Dottor Ian Player, uno dei massimi esperti del conservazionismo in Sudafrica, affermava che “la reintroduzione in natura dei leoni bianchi è un traguardo fondamentale nella storia della conservazione”.

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