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di Gianni Bauce (Appunto n°3 - Dicembre 2012)

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Kubu IslandAlcuni, entrando nella grande salina, vengono assaliti da una smania sfrenata di correre nell’immensa distesa di sale senza confini, colti all’improvviso da un euforico senso di libertà. Altri, cadono in un’angosciosa sensazione di smarrimento: il piede si solleva dall’accelleratore e lo sguardo corre indietro, verso l’ultima macchia d’erba alle proprie spalle, come un marinaio che volge un’ultimo sguardo alla terra prima d’affrontare il mare aperto.

Nessuno, comunque, rimane indifferente di fronte alla grande salina.

Giungendovi da sud, dal villaggio di Letlakane, nel bianco abbagliante della distesa di sale, appare d'un tratto all'orizzonte una sagoma scura che ondeggia danzando nella "Fata Morgana" e mano a mano che ci si avvicina, l'isola di granito prende forma in tutto il suo splendore elevandosi dal mare candido di sale.

Siamo a Kubu Island, sul lato occidentale di Sowa Pan. Qui, gli enormi massi di granito levigati si stagliano sull’orizzonte piatto come i bastioni di un’isola tropicale sulla piatta distesa dell’oceano. Al posto delle palme, grotteschi baobab si innalzano con i loro rami contorti dipingendo un paesaggio affascinante e grottesco allo stesso tempo. In particolare sul versante di levante, le rocce formano complessi scultorei sui quali i baobab sembrano gigantesche sentinelle a guardia di una fortezza e al mattino, quando la luce dell’alba accarezza di freddi colori la roccia, l’isola s’ammanta di rosa e violetto.

L’origine del nome Kubu ha diverse interpretazioni. In lingua se-Tswana kubu significa "ippopotamo" riportando l’immaginazione ad epoche lontane durante le quali la salina era ancora un enorme lago e Kubu una vera isola con spiaggie di sabbia sulle quali si crogiolavano al sole gli ippopotami. Un'altra versione attribuisce il nome al termine se-Tswana lekubung il cui significato è "il muro di pietre".

Addentrandosi all'interno, infatti, si scopre ben presto un muro basso di pietre grezze non cementate che corre lungo tutto il perimetro orientale dell’isola. Lorigine del muro è ancora misteriosa: qualcuno sostiene che sia opera di genti provenienti dalla decaduta civiltà di Great Zimbabwe, ma l’architettura è piuttosto primitiva, lontana dalle raffinate tecniche architettoniche dell’antica città medievale africana. Altri sostengono invece che il muro sia stato eretto dagli antichi abitanti dell’isola nel vano tentativo di difendersi dall’invasione delle orde di guerrieri Ndebele del re Mzilikazi provenienti da sud.

La gente locale lo considera un luogo di culto e non è difficile percepire l'atmosfera mistica che vi aleggia: di fronte alla misteriosa e solenne semplicità del muro di Kubu viene quasi istintivo camminare in rispettoso silenzio e mai verrebbe in mente di portare via una sola pietra come souvenir.

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di Gianni Bauce (Appunto n°2 - Novembre 2012)

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M'Phingwe, MozambicoMozambico centrale: Villa Gorongosa dista poco meno di 200 km e ne mancano soltanto una quarantina per raggiungere lo Zambesi. Qui, sull’interminabile arteria asfaltata il cartello dello M'Phingwe lodge risalta come un oasi in mezzo al deserto. Fermarsi qui non significa soltanto rifocillarsi con una buona bistecca nel grazioso ristorante; significa anche uscire per un attimo dalla monotonia del viaggio, allontanarsi dalla strada, sul cui asfalto il caldo sembra insopportabile e rifugiarsi all’ombra di un piccolo giardino botanico e (perché no?) magari anche pernottare nelle modeste ma confortevoli casitas.

Seduti al tavolo non si può far a meno di notare la vetrinetta con i bei manufatti in legno, appoggiata al muro e per coloro che vorrebbero sapere qualcosa in più su quei semplici, ma graziosi oggetti d’artigianato, il consiglio è di ritagliarsi ancora un po’ di tempo prima di ripartire. Imboccate la deviazione lungo la pista che riporta alla strada asfaltata e seguite il sentiero per poco meno di un chilometro, così da raggiungere la segheria di James White, il titolare di M'Phingwe.

(A sinistra: James consegna il diploma a fine corso. A destra: riforestazione)M'Phingwe, Mozambico. James WhiteJames è un vecchio rodhesiano, emigrato in Mozambico appena dopo la guerra. Alto, magro, sguardo duro, non sorride mai, ma ti accoglie sempre a braccia aperte. Si vede che è un uomo speciale e anche la sua segheria lo è. Il legno che vi si lavora proviene tutto dalla proprietà di James, un estesa porzione di territorio ricoperto di foresta. Qui, seguendo una tecnica svedese, James ha messo a punto un programma di riforestazione che consente di ripiantare più alberi di quanti non se ne taglino per alimentare la segheria. Ma non è tutto.

In uno dei capannoni James White ha creato una piccola scuola d’artigianato in cui insegna ai giovani l’arte della lavorazione del legno, e i manufatti esposti nella vetrinetta provengono proprio da qui. Questa è una scuola molto speciale perché i ragazzi non imparano soltanto a lavorare il legno, ma anche a costruire le macchine e le attrezzature utilizzando componenti e materiali facilmente reperibili sul posto.
Così, un tornio costruito con un vecchio motore elettrico, una cinghia, due rotaie di ferro saldate e un albero produce piatti e scodelle, mentre utensili ricavati da vecchie zappe danno forma a splendidi vasi. “Se mi limitassi ad insegnare loro come lavorare il legno”- dice James White  “una volta usciti da qui non potrebbero affrontare la spesa per l’acquisto di una pialla o di un tornio e nessuno di loro sarebbe in grado di iniziare un’attività. Tutto ciò che hanno imparato sarebbe presto dimenticato, in questo modo, invece, do loro la possibilità di iniziare una piccola impresa con pochissimi soldi.”-

E’ forse questo a conferire ai manufatti della scuola di M'Phingwe un incredibile valore aggiunto e noi, quei piatti e quelle scodelle li abbiamo acquistati proprio per questo.

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di Gianni Bauce (Appunto n°1 - Ottobre 2012)

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lagoa poelelaCirca trecentocinquanta chilometri a nord di Maputo, in Mozambico, lungo l’arteria asfaltata EN1, prima di giungere ad Inhambane, una pista sabbiosa si inoltra tra le foreste di banani e palme da cocco, scivolando tra dune e piccoli rio verso l’Oceano Indiano e Ponta da Zavora.
A metà del percorso, sul ciglio destro della strada, appena superata l’ennesima altissima duna di sabbia, un piccolo cartello seminascosto dalla vegetazione segnala una pista quasi invisibile che scende verso sud. E’ stretta, la sabbia è profonda tanto da consentire il transito soltanto ad un veicolo fuoristrada e la vegetazione talvolta si abbassa così tanto da sfiorare il tetto dell’automezzo. E’ una pista per molti, ma non per tutti, come il luogo a cui conduce. Discreta, quasi scontrosa, sembra invitare soltanto i viaggiatori abbastanza curiosi da non curarsi del disagio o coloro che sanno esattamente dove porta quella strada.
Sul cartello c’è scritto “Lagoa Poelela”.
Una spiaggia candida accarezzata dall’acqua salata e dalla vegetazione rigogliosa, tra la quale uccelli d’ogni specie compongono armoniose melodie e un orizzonte sul quale il sole si adagia in tramonti infuocati (cosa piuttosto insolita in Mozambico, perché l’intera costa volge a levante).
A ridosso della spiaggia una serie di casitas, ampie e finemente arredate, affacciate direttamente sulla laguna ospitano i viaggiatori che hanno preferito l’intimità della natura alla mondanità delle più rinomate località balneari sulla costa.
Qui, tra il gracidare di una ghiandaia marina, lo squittire di un martin pescatore e il veleggiare di un airone, Laura e Nunzio accolgono il viaggiatore a casa loro, con la serena cordialità di chi ha scelto di vivere in armonia con l’oceano e la terra d’Africa.

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dudu manhengaSabato 14 aprile
 in occasione della festa nazionale dello Zimbabwe, presso lo spazio Angelo Mai in via delle Terme di Caracalla 55, alle ore 22,30, Afrodisia presenta il concerto di Dudu Manhenga & Color Blu, musica Afro-Jazz. Torna in Italia la nuova regina dell'afro-jazz dallo Zimbabwe, con la sua raffinata miscela musicale di contemporary jazz, ritmi tradizionali e township jive, in perfetto equilibrio tra arte e attivismo per i diritti delle donne. 

Dudu Manhenga è la giovane e dinamica cantante/cantautrice zimbabwiana leader dei Color Blu. La sua musica è stata descritta come "un'avventura afro-jazz", una fusione di generi: afro, contemporaneo, tradizionale zimbabwiano, township, jazz, latino, e un incrocio culturale dei ritmi e delle melodie di Manica, Mashona e Matabele (regioni geografiche e culturali dello Zimbabwe).
L'artista è ormai una celebrità nel suo paese e in molti stati dell'Africa sub-equatoriale.

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transafricaDall’Italia al Sudafrica, da Milano a Capetown via terra. Il viaggio di una vita per qualche avventuroso, un grande sogno per molti altri. Una tappa di un insolito percorso personale, invece, per Mariella e Silvia, due amiche poco più che trentenni che, dopo aver sperimentato le proprie capacità sugli oltre 14.000 km da Milano a Ulaan Baatar in Mongolia, si sono ripetute l’anno successivo attraversando il continente africano. Supportate dalla Gazzetta dello Sport, dalla Fondazione Candido Cannavò e da una serie di sponsor, hanno percorso oltre 16.000 km in 62 giorni a bordo della Gazzamobile, un vecchio Land Rover Discovery con 15 anni di vita, dipinto di rosa.

Lo scopo del viaggio, questo in Africa come quello dell’anno precedente in Mongolia, era portare un aiuto concreto al Cesvi, un’associazione umanitaria impegnata in progetti di emergenza e sviluppo nelle aree più povere del pianeta. E la missione può dirsi compiuta se è vero che la Casa del Sorriso Cesvi nella township di Philippi a Capetown ha ricevuto da Mariella e Silvia ben 24.000 euro che serviranno per le cure mediche delle donne vittime di violenza e malate di AIDS.

www.polaris-ed.it

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