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di Gianni Bauce (Appunto n°5 - Maggio 2013)

L'enorme e antico lago che si estendeva su buona parte dell'Africa australe e che si prosciugò circa diecimila anni fa, a nord del fiume Kway in Botswana, assume il nome di depressione di Mababe. Lasciando la frescura del fiume e piegando verso nord, si entra nel grande Parco Nazionale di Chobe, proprio in prossimità del villaggio di Mababe. Da qui, seguendo la pista di sabbia profonda del “Sand Ridge”, si costeggia per più di cinquanta chilometri un crinale sabbioso, il Magwikhwe Sand Ridge ben visibile sulla sinistra, che altro non è che la sponda occidentale dell'antico lago. Il crinale prosegue per sessanta chilometri prima di piegare verso est in un anfiteatro ampio quasi trenta chilometri. In un solo punto la cresta sabbiosa si interrompe, appena prima dell'anfiteatro, dove un canale lo attraversa. Questo canale è il Savute.

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di Gianni Bauce (Appunto n°4 - Aprile 2013)

Avventura, agilità e libertà sono sinonimi di due ruote e una sella e chi non ha viaggiato in motocicletta o sogna di farlo? L’africa non è certo uno dei luoghi più facili per il viaggio su due ruote, ed attraversarla in moto è appannaggio di motociclisti esperti, preparati e temerari, ma non mancano comunque itinerari alla portata di tutti.

Prima di lanciarsi sulle piste africane stringendo ben saldo il manubrio, però, qualche piccolo viaggio in moto per il continente lo si può fare anche comodamente seduti sul divano, sfogliando i best seller che hanno celebrato le due ruote in Africa.

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di Gianni Bauce (Appunto n°3 - Marzo 2013)

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vicfallsbridgePercorrendo il lungo sentiero che in territorio dello Zimbabwe costeggia il versante meridionale delle Cascate Vittoria, giunti sull’estrema punta di fronte a Livingston Island si può proseguire costeggiando le gole fino ad una piccola terrazza dalla quale si scorge il lungo ponte di ferro sullo Zambesi.

Sebbene oggi sembra dovere la sua notorietà principalmente al bungee jumping con il suo stratosferico fatturato quotidiano, il vecchio ponte di ferro ha ben altro da raccontarci.

Nel 1855, il missionario esploratore David Livingstone fu il primo europeo a vedere le Cascate Vittoria. Al seguito della spedizione c’era un pittore (all’epoca non esistevano ancora i fotografi), tale Thomas Baines, che dipinse le cascate come essi le avevano viste, dalla gola tra Knife Edge e Livingstone Island. Nessuno di loro avrebbe mai immaginato che soltanto cinquant’anni più tardi quelle due sponde sarebbero state unite da un ponte di ferro.

Trent’anni dopo la scoperta di Livingstone, la caricatura di un certo Cecil Jhon Rhodes compariva sulle testate dei giornali di tutto l’Impero in una vignetta satirica che lo ritraeva gigantesco e ritto sul continente africano con un piede sul Cairo e l’altro su Città del Capo. Il titolo della vignetta era “Il colosso di Rhodes” e ironizzava sul visionario progetto di Rhodes di unire il Cairo a Città del Capo per mezzo di un’unica linea ferroviaria. Nonostante la satira, la Corona Britannica appoggiò il progetto, la cui realizzazione significava di fatto l’estensione delle colonie inglesi nel continente dal Mediterraneo al punto più meridionale dell’Africa, senza soluzione di continuità.

Il progetto di Rhodes non venne mai attuato, ma nel 1902 la ferrovia collegava già Città del Capo a Bulawayo e Salisbury (l’odierna Harare) e quest’ultima a Beira, sull’Oceano Indiano.

Lo Zambesi, a quel tempo, si attraversava ancora col traghetto, 9 km a monte delle cascate, nel punto più stretto del fiume, ma già nel 1900 agli ingegneri George A. Harbour e Ralph Freeman venne commissionato il progetto di un ponte che collegasse le due sponde dello Zambesi poco più a valle delle cascate e nel 1903 la Cleveland Bridge & Engineering Company si aggiudicò l’appalto della costruzione per l’ammontare di 72.000 Sterline.

Il progetto prevedeva una struttura di ferro composta da cinque elementi principali: un’arcata a curva parabolica con una corda di circa 150 metri, due tratti di collegamento dell’arcata alle sponde e due piedi snodati che sostenevano e ancoravano il ponte alla roccia. Nel 1905 il ponte venne inaugurato e ufficialmente aperto al traffico ferroviario su due linee ferrate. Un anno prima, era stata inaugurata la stazione ferroviaria di Victoria Falls (collegata a Città del Capo da 2650 km di ferrovia) ed era stato costruito un modesto alberghetto destinato ad ospitare i tecnici e gli ingegneri che lavoravano all’opera al quale venne dato il nome di Victoria Falls Hotel.

Il ponte era un’opera imponente di alta ingegneria, che oltre ad unire le due sponde di uno dei fiumi più lunghi d’Africa, univa anche due paesi, la Rhodesia del sud da quella del nord. Per molti anni mantenne il nome di “Zambesi Bridge”, fino a quando altri ponti vennero costruiti sul fiume, così che il ponte di ferro divenne il “Victoria Falls Bridge”. Ma per il popolo dei Leya, che consideravano lo scorcio delle cascate un luogo sacro legato agli antenati, il ponte fu soltanto uno sfrontato atto sacrilego che avrebbe portato sventura. Fortunatamente, nonostante la profezia, le vittime di incidenti durante i lavori di costruzione si limitarono a due operai.

Con la Prima Guerra Mondiale, il ponte acquistò una notevole importanza strategica, perché l’Africa Occidentale Tedesca (l’odierna Namibia) distava soltanto 80 km ed anche durante la guerra dei 10 anni in Rhodesia il ponte fu costantemente presidiato per prevenire infiltrazioni di terroristi dallo Zambia e sabotaggi.  Nel 1929, una delle due vie ferrate venne rimossa per far posto all’asfalto della strada e alle due vie pedonali.

Nel 2005, con il contributo economico della World Bank, venne affidato ad una ditta danese il compito di periziare e revisionare l'opera. In seguito a pochi semplici interventi, il responso fu strabiliante: il ponte sullo Zambesi poteva durare ancora almeno 100 anni!

Alcuni dati sul ponte di Victoria Falls:

  • Lunghezza: 208,12 m
  • Altezza del piano carrabile dal livello delle acque: 108 m (stagione delle piogge); 125 m (stagione secca).
  • Peso totale: 1644 tonnellate.

 

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di Gianni Bauce (Appunto n°2 - febbraio 2013)

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BooksSe non basta spostarsi per viaggiare, può darsi che si possa viaggiare senza spostarsi. E quale miglior modo di viaggiare senza muoversi che un buon libro o un bel film?

Così, questo mese vorremmo abbandonare il concetto di luogo, per viaggiare un po’ con la letteratura e con dei compagni di viaggio particolari.

Per noi che amiamo gli animali e desideriamo entrare in contatto col loro mondo, vivere con essi è motivo di grande gioia. Che sarebbe dunque spendere parte della nostra vita insieme a loro?

Ci sono uomini e donne che insieme agli animali hanno trascorso più tempo di quanto non ne abbiano speso con il genere umano, come Freund Werner, un ex paracadutista tedesco che da quarant’anni vive in un branco di ventinove lupi, condividendo con loro cibo e riparo. Le vite di alcune di queste persone eccezionali sono raccontate in biografie o autobiografie nelle quali si legge di viaggi straordinari compiuti superando i confini tra specie e specie.

Gareth Patterson, nel suo “Last of the free” (1994), tradotto in italiano col titolo “L’uomo dei leoni”, racconta la sua incredibile esperienza con Batian, Furaha e Rafiki, tre cuccioli di leone “ereditati” da George Adamson appena assassinato in Kenya. Gareth raccoglie la sfida e cresce i tre leoni istruendoli ad affrontare la libertà condividendo con loro ogni istante del giorno. La foto di Gareth addormentato in terra all’ombra di un’acacia insieme ai suoi leoni è l’emblema di una straordinaria storia di affetto, amicizia e fratellanza.

Gorillas in the mist” è invece il racconto ben noto di una donna coraggiosa che ha speso buona parte della propria vita (13 anni) a 3000 metri di quota sui monti Virunga, insieme ai “suoi” gorilla. Una vita spesa con tale passione da sacrificarla, addirittura, nel 1985, quando Dian Fossey venne barbaramente uccisa dai bracconieri.

Lontano dall’Africa si svolge invece “The bears and I”, di Robert F. Leslie (1968), cercatore d’oro  che racconta gli anni spesi nella foresta canadese insieme a tre cuccioli di grizzly “affidatigli” in una mattina di primavera da un’orsa ferita e prossima alla morte. Robert si prende cura dei tre cuccioli, li cresce, cercando in qualche modo di insegnar loro a sopravvivere e rendersi indipendenti dal loro “padre adottivo”. La conseguenza è la nascita di un legame indissolubile che nemmeno la morte potrà cancellare.

Per non dimenticare un vero classico della letteratura, ritorniamo in Sudafrica, con il capolavoro di Sir Percy Fitzpatrick, “Jock of the bushveld”, che ha compiuto 100 anni nel 2007. Fitzpatrick racconta la storia del sodalizio col suo cane Jock,  meticcio bruttino, ma dal temperamento straordinario, tra mille avventure a bordo di un carro, lungo le piste di un’Africa ancora selvaggia.

E per concludere con un film, davvero imperdibile, ricordiamo Antony Hopkins in “Instinct”, dove interpreta magistralmente un etologo che supera i confini della specie, entrando all’interno di un gruppo di gorilla nelle foreste dell’Africa centrale fino a farsi accettare come membro della famiglia.

Buon viaggio dunque, … tra le righe.

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di Gianni Bauce (Appunto n°1 - gennaio 2013)

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NyaminyamiNonostante gli avvertimenti degli sciamani Ba-Tonka che temevano l’ira dello spirito Nyaminyami, nel 1955 vennero avviati i lavori di costruzione di quella che diverrà una delle dighe più grandi dell’Africa, seconda solo a quella di Abu Simbel sul Nilo.

Il boom industriale che investì la Rhodesia (odierno Zimbabwe) negli anni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, determinò un vertiginoso aumento della richiesta di energia elettrica, che a quell’epoca veniva generata prevalentemente da centrali termoelettriche a carbone, il cui combustibile proveniva principalmente dalla miniera di Wankie (l’odierna Hwange). Le miniere di rame del nord producevano senza sosta per soddisfare le richieste del mercato ed il carbone iniziò a non bastare più e le linee di trasporto si saturarono cosicché la nazione fu sull’orlo del collasso. 

Nel decennio che seguì il 1946 venne allora attuato il tragico piano “Cardwood” attraverso il quale si integrò il carbone delle miniere con legname proveniente dalle foreste del nord. In dieci anni, 917 chilometri quadrati di foresta vennero abbattuti con un impatto ecologico disastroso. La situazione venne temporaneamente tamponata importando energia elettrica dalla centrale di Le Marine, nel Congo Belga, paese la cui instabilità politica  costituiva però una pericolosa incertezza.

Così prese piede l’idea di costruire una diga in territorio Rhodesiano per produrre energia idroelettrica. I siti prescelti furono una zona sul fiume Kafue e la valle di Kariba sullo Zambesi. Sebbene il progetto sul Kafue risultasse più economico e l’area fosse sismicamente più adatta, il Governo Rhodesiano optò per Kariba. In quel periodo, infatti, sulla federazione delle Rhodesia soffiavano già venti di scissione e la Rhodesia del Sud volle portare in casa la preziosa centrale.

Nel 1960, alla presenza della Regina Elisabetta di Inghilterra, la diga venne inaugurata ed il bacino a monte del muro venne riempito: erano passati cinque anni dall’inizio dei lavori.

Come profetizzato dagli sciamani, lo Zambesi ed il suo spirito Nyaminyami parvero adirarsi non poco. Tralasciando l’ingente costo di vite umane richiesto dalla costruzione (le bianche tombe dei tecnici e degli operai rimasti uccisi sul cantiere sono ancor oggi ben visibili sui pendii a valle della diga), i popolo Tonka venne rilocato sulle zone più alte dei versanti e diviso dal lago artificiale, sotto il quale le loro tombe e la loro storia erano stati sepolti. Inoltre vari eventi funesti sconvolsero il paese nei successivi anni, a partire dall’invasione di una misteriosa mucillaggine che fu sul punto di soffocare la vita del lago artificiale di Kariba, fino alla “Guerra della Boscaglia” che perdurò per i successivi dieci anni, costando un numero elevatissimo di vite umane e culminando con la fine della Rodhesia e la nascita dello Zimbabwe.

Tuttavia, gli effetti positivi ci furono eccome. Intanto i dieci generatori da 132 MW ciascuno, 6 dei quasi collocati sul lato meridionale (Zimbabwe), fornirono energia “pulita” per alimentare le industrie. In tal modo l’abbattimento delle foreste settentrionali cessò e calarono drasticamente le emissioni di fumi provocate dalle vecchie centrali termoelettriche. Fu un vantaggio tanto grande da far passare quasi inosservati i benefici secondari indotti dall’opera, quali il turismo sulle sponde del lago, la pesca, l’irrigazione agricola. Non ultima la nascita del Parco Nazionale di Matusadona, creato in seguito all’Operazione Noha” che vide i Ranger rhodesiano impegnati nel rilocare ogni forma animale sul versante meridionale della valle mentre questa veniva allagata progressivamente.

Oggi, la diga produce ancora energia elettrica e la centrale sul versante dello Zambia è in corso di ampliamento. Il sito può essere visitato e il muro della diga costituisce un valico di frontiera che unisce Zimbabwe e Zambia.

Kariba si trova in un’area ad elevato rischio sismico (si verificano un centinaio di scosse all’anno, con un picco di 868 nel 1963!), ma i Tonka, ogni volta che si sente il muro tremare dicono che sia lo Nyaminyami, spirito dello Zambesi, che spinge contro la parete tentando di abbatterla.

 

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