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di Gianni Bauce (n°3 - Dicembre 2012)

Archivio 2 chiacchiere col ranger >>

ormeCi sono domande che una guida di safari non vorrebbe mai sentire. Sono le domande alle quali non sa rispondere.

E sì... succede, e anche più spesso di quanto si potrebbe immaginare, perché non si può sapere tutto.

Da un punto di vista squisitamente personale non lo ritengo né un dramma né un disonore: da una domanda alla quale non si è saputo rispondere scaturisce sempre uno stimolo all'approfondimento e la voglia di documentarsi al più presto per colmare la lacuna. Non è un disonore rispondere con un sincero "Non lo so" (magari aggiungendo "...ma mi informerò e vi farò sapere.") e sarebbe di gran lunga più disonorevole inventare una risposta, giusto per non fare brutta figura. In fondo è proprio questo il modo in cui spesso le persone che accompagnamo ci insegnano qualcosa: stimolandoci a colmare le nostre lacune con una domanda per la quale non abbiamo risposta, perché nel nostro mestiere si impara ogni giorno. Da tutti.

Rispondere ad una domanda fornendo informazioni precise e corrette è un dovere imprescindibile della guida di safari, dovere che spesso mal si concilia con la fretta. La fretta di trarre conclusioni è spesso compagna dell'approssimazione, dell'imprecisione e dell'errore. Quando ci muoviamo nella boscaglia siamo costantemente impegnati ad interpretare le indicazioni, l'umore e i messaggi di quel bizzarro seppur meraviglioso compagno di viaggio che è l'Africa. Segni e indicazioni spesso confuse, inquinate, distorte, ben lontane dalla chiarezza di un cartello stradale o dall'insegna luminosa di un supermercato.

Quando si osserva un'impronta, non sempre ci si trova di fronte ad un nitido calco impresso sulla sabbia umida, più prossimo ad un reperto accademico che ad una traccia naturale. Spesso l'orma è confusa, inquinata da altre impronte, appannata dal tempo o alterata dagli agenti atmosferici e talvolta la smania di trovare l'impronta d'un leopardo ci condiziona a tal punto da immaginarla anche laddove non c'è. Durante uno dei miei primi corsi di tracking, osservando le impronte lasciate durante la notte da uno sciacallo, il mio istruttore domandò: -"Che cosa vedi?"- Risposi che vedevo le impronte di uno sciacallo e lui replicò: -"Non ti ho chiesto di trarre conclusioni. Ti ho chiesto di dirmi che cosa vedi."-

Ciò che l'istruttore mi stava chiedendo era semplice: voleva una fredda fotografia di quel metro quadrato di terreno, affrancata da ogni impressione personale. Soltanto dopo avremmo compiuto un'analisi e dedotto che cosa c'era "scritto" su quel fazzoletto di terra.

Così, osservando senza preconcetti, prestando attenzione ai piccoli particolari e a tutto ciò che vediamo attorno, quella che possiamo scambiare per una non ben distinta impronta della zampa posteriore d'un istrice si rivela in realtà l'orma del piede d'un babbuino, un po' alterata dagli steli d'erba che il vento ha usato come uno scopino e "sfregiata" dal passaggio frettoloso d'una lepre. La smascheriamo per esempio notando l'assenza dei segni lasciati dagli aculei posteriori o magari dal fatto che non c'è stato vento questa notte, così se l'impronta fosse stata dell'istrice, animale notturno, nessuno stelo d'erba l'avrebbe "spazzolata" in quel modo. Insomma, guardare un po' più in là del proprio naso ci aiuta ad evitare grossolani errori di valutazione.
Ma per questo occorre tempo, osservazione, metodo, riflessione e una buona dose di umiltà, perché spesso quando un cliente aspetta una risposta, noi guide ci troviamo improvvisamente sotto pressione e vorremmo accontentarlo subito. Ma il nostro cliente non cerca semplicemente una risposta: cerca quella corretta. Così dobbiamo saper dire: -"Non sono sicuro..."- e approfondire la ricerca.

Questo ovviamente non vale soltanto per le impronte, ma anche per l'identificazione di un minerale, di una pianta o di un animale e (perché no?) per una previsione meteorologica. Non sempre le apparenze corrispondono alla realtà, così per non incorrere nel rischio di definire basalto ogni roccia nera che vediamo o mamba verde ogni serpente verde che incontriamo dobbiamo evitare di trarre conclusioni affrettate e prendere il tempo necessario per valutare con attenzione ogni particolare.

Nell'accecante luce diurna della boscaglia africana, per esempio, tutti i colori sembrano ridursi al bianco e al nero, così che i colori degli uccelli scompaiono inghiottiti dai contrasti troppo violenti e le creature alate divengono soltanto sagome scure che si stagliano per un istante contro lo sfondo bianco del cielo. All'età di 46 anni suonati, la mia vista non è certo più quella d'una volta e spesso l'unico modo che mi resta per riconoscere una specie avicola sfrecciante per qualche secondo nel mio campo visivo è cercare di riconoscere lo "stile" di volo, analizzare l'ambiente e l'ora del giorno o l'attività che la creatura stava conducendo. Così, la traccia più evidente cessa di essere la più importante e quelle marginali diventano invece le più eloquenti e utili per l'identificazione.
"L'Europa ha gli orologi, ma l'Africa ha il tempo" recita una massima africana. Perciò mettiamo da parte per un attimo il cronometro dell' "apparire preparatissimi" e prendiamoci il tempo necessario per comprendere veramente ciò che ci circonda. Solo così potremo dare corrette informazioni a chi si affida alla nostra esperienza e professionalità. Solo così potremmo dare loro le risposte che si aspettano.

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